giovedì
11
aprile
21:15
venerdì
12
aprile
21:15
sabato
13
aprile
18:15 21:15
domenica
14
aprile
18:15 21:15

Come pietra paziente

di Atiq Rahimi — Francia/Germania/Afghanistan, 2012, 102'
con Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Hassina Burgan, Massi Mrowat, Mohamed Al Maghraoui

guarda il trailer

Ai piedi delle montagne attorno a Kabul, una giovane moglie accudisce il marito, eroe di guerra, in coma. La guerra fratricida lacera la città, i combattenti sono alla loro porta. Costretta all'amore da un giovane soldato, contro ogni aspettativa la donna si apre, prende coscienza del suo corpo, libera la sua parola per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili. A poco a poco in un fiume liberatorio tutti i suoi pensieri diventano voce: incanta, prega, grida e infine ritrova se stessa. L'uomo privo di conoscenza al suo fianco diventa dunque, suo malgrado, la sua "syngué sabour", la sua pietra paziente, la pietra magica che poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti, le nostre sofferenze... finché non va in frantumi.

 Il film diretto dall'afgano Atiq Rahimi, che vive in Francia da 30 anni, è tratto dal suo romanzo Pietra di pazienza vincitore del Goncourt nel 2008 (Einaudi), ed è una di quelle opere straordinarie che ogni tanto il cinema sa dare, incantandoci e costringendoci a pensare al dolore del mondo, e in questo caso all'oppressione delle donne cui tutto viene negato in società patriarcali, dominate dalla frustrazione sessuale e dalla tirannia religiosa.

«Chi non sa fare l'amore fa la guerra», dice la sapiente padrona di un bordello che con quel lavoro si è liberata, imparando a conoscere la fragilità maschile. Lo dice alla nipote, la moglie dell'uomo in coma, che le ha affidato le sue due bambine. E la vita va avanti, va avanti la guerra [...]. Si dice che esista una pietra così paziente da ascoltare tutto ciò che le donne debbono tacere, sino a quando, piena di quelle disperate rivelazioni, scoppia in mille pezzi, liberando le sue confidenti. Ecco, per la giovane moglie, il marito vivo e senza vita, diventa la sua pietra paziente. A cui confida i ricordi di un'infanzia dolente,[...]. E se i gesti della donna verso quel corpo inanimato continuano a essere soccorrevoli, a poco a poco la parola che le è stata tolta in quanto donna, diventa un fiume liberatorio e vendicativo; e quel suo corpo maledetto e sempre occultato perché peccaminoso, perché impuro, prende la sua rivincita, si dichiara, sboccia, rivendica i suoi diritti. [..]. Sì, grida la giovane donna a se stessa, a quell’uomo che da sedici giorni è in coma, al mondo, anche lei ha un corpo, anche lei ha desiderato, anche lei si è data piacere: e soprattutto può finalmente rivelargli il suo terribile segreto, la colpa che l’ha salvata. Fino a quel momento.

Natalia Aspesi, La Repubblica