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Safari

di Ulrich Seidl — Austria, Danimarca, Germania, 2017, 90'
proiezione in tedesco, inglese con sottotitoli in italiano

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Ricchi turisti austriaci e tedeschi abbattono zebre e giraffe nelle riserve al confine fra Namibia e Sudafrica. Il regista segue le battute di caccia e registra voci e riflessioni dei suoi protagonisti: sul senso dell’attività venatoria, sul rapporto con l'Africa, sull'economia, la vita e la morte. Lo stile diretto e preciso tipico di Seidl non risparmia allo spettatore i particolari del mondo che documenta, evidenziandone impietosamente le venature grottesche, in un racconto che diventa lucido e tragico. Safari è una narrazione senza censure della realtà.Il film, presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2016, ha suscitato un ampio dibattito fra i critici cinematografici. Ulrich Seidl è uno dei più importanti documentaristi nel panorama cinematografico attuale: attivo dal 1980, ha girato poco più di venti film (ricordiamo Canicola, unico distribuito in Italia) con uno stile rigorosissimo, riconoscibile e mai ripetitivo.

Il distacco con cui Seidl filma i protagonisti – evidentemente ignari di risultare sullo schermo figure grottesche e bizzarre – va ben oltre un’intenzione puramente derisoria ed evidenzia invece il totale scollamento di senso che esiste fra l’aberrante attività che svolgono e la totale mancanza di capacità logico-analitiche per comprenderne l’irragionevolezza. Dai lunghi piani sequenza a seguire e dai totali fissi dei cacciatori, appare evidente come Seidl voglia operare un ribaltamento mediante il quale i personaggi diventino essi stessi delle sorte di animali che si prestano allo sguardo di qualcuno. Mentre puntano i fucili contro zebre, gnu, giraffe e gazzelle la macchina segue il loro vagare senza meta, l’indugiare e l’attendere sommesso e li osserva fino a rendere quasi impossibile capire se l’occhio che scruta di nascosto sia quello appoggiato al mirino o quello che sta di fronte allo schermo.
La grazia e l’eleganza dei grandi mammiferi africani inoltre, cozza con l’immagine dei corpi (altro grande tema della cinematografia di Seidl) dei ricchi cacciatori bianchi. Per lo più fuori forma, appesantiti, sudati e affaticati pur nei loro abiti mimetici in perfetto stile coloniale, questi ultimi sembrano già delle specie di carcasse in disfacimento, dei dispositivi fuori posto, fuori tempo e fuori contesto. Perfetti interpreti di un’attività indefinibile e inconcepibile sia come sport che come hobby: uno spettacolo anacronistico e sconsiderato che somiglia a un circo, oppure a uno zoo, nel quale il prezzo del biglietto è commisurato al grado di efferatezza che si è disposti a raggiungere.
Anche se, se di spettacolo si tratta, sembra che a venire a mancare siano proprio le componenti del godimento. Nonostante le spiegazioni a favore della pratica venatoria – spesso prive di coerenza, parziali e fortemente intrise di un’intransigente prospettiva coloniale, per non dire razzista – in cui i protagonisti si prodigano parlando verso l’obiettivo, al momento dell’uccisione degli animali l’atmosfera sembra farsi rarefatta e priva di ogni emozione precedentemente evocata. Non c’è alcun vero appagamento nei gesti e negli atteggiamenti dei protagonisti e la soddisfazione – benché nei crismi di un contegno emozionale tradizionalmente associato al carattere teutonico – è sempre trattenuta. Mentre lo sgomento di fronte alla facilità con la quale è possibile privare della vita esseri tanto grandi e robusti ha quasi sempre la meglio. La sequenza della morte della giraffa è esemplare in questo senso e potrebbe da sola – per forza e intensità – sostituirsi all’intero film.
Di conseguenza, tutto ciò che viene mostrato – dall’uccisione al recupero delle carcasse fino allo scuoiamento e alla macellazione – si riduce a una routine banale nella quale i cacciatori bianchi e gli addetti alla ripulitura e allo smaltimento (che invece sono ovviamente neri) si muovono con azioni e gesti consolidati, senza tradire emozioni e senza dare spiegazioni. E sempre ben attenti e pronti a non lasciare tracce, a lavar via il sangue e a raccogliere i bossoli dei proiettili esplosi. Perché un meccanismo perverso atto a proteggere un sistema di norme, ordini e valori tanto conservatori quanto arbitrari, vuole che la prima regola sia quella (almeno) di non inquinare. (Lorenzo Rossi, cineforum.it)
Seidl continua la sua meravigliosa e spietata ricerca antropologica. È un collezionista di esseri umani e, come si faceva con le farfalle, li infila con uno spillo, che è la sua macchina da presa, e li racchiude in una cornice. (Camillo De Marco, cineuropa.org)

Attuando questa rude presa stilistica, Seidl con Safari mette “a nudo” la cattiveria gratuita dell’uomo a danno dell’essere umano “non pensante”, che agisce unicamente  per puro istinto. Per Seidl l’istinto è sinonimo di purezza contrapposto appunto alla ragione, vista come quel connotato maligno che permette all’uomo di recare un danno insanabile a ciò che lo circonda. (Alessio Giuffrida, cinematographe.it)

Noi l’Occidente e loro l’Africa. Siamo sempre i soliti, gli stessi predatori di quando eravamo i colonizzatori, sembra dirci. Continuamo a distruggere, a sopraffare, a ridurre l’africano a cosa, a qualcosa di subumano, anche se lo facciamo attraverso una forma di soft power come il turismo. (Luigi Locatelli, novocinemalocatelli.com)