L'ora più buia V.O.

di Joe Wright — Regno Unito, 2017, 114'
con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Ben Mendelsohn, Lily James, Ronald Pickup
proiezione in inglese con sottotitoli in italiano

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Gran Bretagna, 1940. È una stagione cupa quella che si annuncia sull'Europa, piegata dall'avanzata nazista e dalle mire espansionistiche e folli di Adolf Hitler. Il Belgio è caduto, la Francia è stremata e l'esercito inglese è intrappolato sulla spiaggia di Dunkirk. Dopo l'invasione della Norvegia e l'evidente spregio della Germania per i patti sottoscritti con le nazioni europee, la camera chiede le dimissioni a gran voce di Neville Chamberlain, Primo Ministro incapace di gestire l'emergenza e di guidare un governo di larghe intese. A succedergli è Winston Churchill, con buona pace di re Giorgio VI e del Partito Conservatore che lo designa per soddisfare i Laburisti.

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Il film viene proposto anche in versione italiana, gli orari sono consultabili nella relativa scheda:
https://ilcinemadelcarbone.it/film/lora-piu-buia

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Qualunque attore interpreti un grande personaggio noto riempiendosi di trucco, lo fa con lo scopo di emergere in prima persona. Mentre mette in scena qualcuno di esistito realmente e cerca di assomigliargli (senza scadere nell’imitazione), in realtà sta mostrando se stesso e la propria capacità di farlo. Per questo motivo gli attori cercano di ricordare il personaggio tanto quanto cercano di rimanere se stessi. Gary Oldmanno. Gary Oldman dopo pochissimi minuti dall’inizio di L’ora più buia scompare effettivamente, diventa Winston Churchill ai nostri occhi e fino alla fine non ci ricorderà più di essere un attore.

Sarebbe stato facile caricare il personaggio, perché Churchill in sé somigliava un po’ ad una caricatura, era famoso per i suoi gesti e le sue intemperanze, per essere un po’ fumettoso nel parlare e nel muoversi, nelle espressioni e nelle frasi fulminanti. È il classico personaggio per il quale è perdonabile essere esagerato, mettersi in mostra e andare sopra le righe.

Per giunta L’ora più buia è tutto un film sopra le righe da un regista sopra le righe: Joe Wright, diventato famoso con Espiazione e con la sua versione di Anna Karenina con Keira Knightley. Invece Oldman fa la scelta meno prevedibile e regala a questo film di guerra visto dal fronte interno un personaggio moderato e duro, un uomo attempato chiamato ad un compito gravoso che intende svolgere con pugno di ferro. Fa veramente l’attore al servizio del film.

La storia è quella di Dunkirk ma lontano dalla spiaggia francese, guardata dall’aula del parlamento britannico, dai vagoni della metro e dalle opinioni delle persone.

Non è tanto la storia di alcuni soldati che hanno rischiato la vita, ma di un intero paese che deve rinunciare alla sua consueta indipendenza e ammettere una clamorosa ritirata mascherandola da vittoria. In questo senso Wright ammette di lavorare sulla storia con il senno di poi, leggendo gli eventi fin dall’inizio con la testa di chi sa come andranno a finire.

E nonostante sia un film sulla parola e sulla mistificazione della verità, sul potere della finzione di cambiare l’attualità e mobilitare gli animi, lo stesso non è un film di dialoghi intensi o scene da camera, anzi! L’ora più buia è girato come fosse davvero un film di guerra, con carrelli, un montaggio indiavolato e moltissimo lavoro sui suoni. Alle volte intere scene sono popolate da tanti suoni diversi (da quelli dell’ambiente a quelli nella testa dei personaggi, fino alla colonna sonora che anch’essa pare fatta di rumori) nella stessa maniera in cui solitamente si popola un ambiente di persone. E tutti questi suoni sono lì a creare densità per poi scomparire di colpo e animare un silenzio significativo quando serve.

Tutto insieme L’ora più buia si posiziona (come molto cinema di Wright) a metà tra l’inventiva del teatro e le possibilità di ritocco, di scenografie, ambienti, esterne e postproduzione (sia audio che video) del cinema. La storia di Churchill e della sua lotta per vincere una guerra attraverso una battaglia, per combattere un sistema e affermare se stesso prima di tutto con una vittoria, è un delirio esteriore che rappresenta quello interiore, che prende forma (come scritto) grazie all’audio soprattutto ma anche con una serie di accostamenti e movimenti di macchina che gridano cinema.

Gabriele Niola, wired.it