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Colette

di Wash Westmoreland — USA, Regno Unito, Ungheria, 2018, 111'
con Keira Knightley, Dominic West, Denise Gough, Fiona Shaw, Eleanor Tomlinson

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Parigi, 1893. Gabrielle Sidonie Colette ha solo vent'anni quando sposa Henry Gauthier-Villars, Willy per gli amici, tutti ricchi e famosi. Scrittore egocentrico e critico eminente, Willy conduce Gabrielle a Parigi e la introduce nei salotti letterari e artistici. Intelligente e acuta, Gabrielle si integra rapidamente e il suo talento per la scrittura si rivela. Pescando nei suoi ricordi bucolici, scrive "Claudine a scuola", che conosce immediatamente un grande successo commerciale. Willy lo cavalca, firmando i suoi libri. Ma l'incontro con Missy, un'aristocratica francese in pantaloni, l'affranca dall'ombra di Willy. Gabrielle prende coscienza della sua condizione e dell'inconsistenza degli uomini, infilando la rotta dell'emancipazione. Tra scandali ed esplorazioni ludiche, Gabrielle inventa Colette.

L’opera, il suo autore. Complementari, speculari, l’uno il prolungamento dell’altro. Non si possono scindere, coesistono, si completano. Vivono esistenze che si intrecciano, nascono da esperienze, sentimenti, emozioni reali. Così Colette diventa Claudine, e Claudine prende la sua energia da Colette. Chi è la scrittrice? Chi il personaggio?

Le due donne si confondono, intrecciano l’invenzione letteraria e il vissuto. Sono vestite allo stesso modo, nel quotidiano e sulla carta, condividono l’impeto di spezzare le regole, di non omologarsi, di portare “scandalo”. Entrambe vengono dalla campagna, hanno una vitalità non comune, alternano le movenze della brava ragazza a quelle di chi è incline agli eccessi. Si abbandonano ai ménage à trois, sono attratte dal loro stesso sesso.

Personalità forti, apripista in un Ottocento al tramonto e in un nuovo secolo che sta sorgendo, Colette e Claudine, con nomi simili, stessa ansia di vita. Con lo stesso taglio di capelli, pronte a lanciare nuove tendenze. Tutte vogliono essere come loro.

Da un’idea di letteratura, scaturisce una nuova idea di mondo. La finzione determina i costumi della Belle Époque e degli anni a venire. Colette ci mostra come tutti abbiamo bisogno di fuggire dal reale, di rifugiarci nei nostri miti per non sentire il peso delle responsabilità. Lo svago si fa norma, le feste e i salotti altolocati sostituiscono i corridoi del potere. Le folle si ammansiscono dando loro modelli da seguire. Le false promesse dei politicanti vengono messe da parte, ci sono più “certezze” nei libri e nelle riviste illustrate.

Altri tempi, quando ancora si leggeva e gli editori erano arbitri del gusto. Quando gli scaffali delle librerie si svuotavano talmente in fretta che gli “stampatori” dovevano fare gli straordinari. E di quest’epoca, Sidonie-Gabrielle Colette, conosciuta con lo pseudonimo di Colette, è stata un faro. Ha creato un universo, un impero industriale, non solo con le sue “avventure”, ma con profumi, saponette, caramelle… Una figura femminile forte, che sfidava il maschilismo, ribaltando gli stereotipi, ribellandosi a un marito che voleva chiuderla in casa e prendersi il merito dei suoi sforzi. Come in Mary Shelley di Haifaa Al-Mansour, presentato alla passata edizione del Torino Film Festival.

Ma in Colette c’è una rinnovata potenza, che ben accompagna l’indole sovversiva della sua “eroina”, artista senza freni, una delle più grandi personalità del Novecento. Scrittrice, gran dama, star da palcoscenico, giornalista, commentatrice di film fin dagli albori del cinematografo. Con il volto di una Keira Knightley spregiudicata, affascinante, che non abbassa mai lo sguardo. Piena di orgoglio, contro ogni pregiudizio.

Gian Luca Pisacane, Cinematografo