21 giugno 2022

Jane by Charlotte - Il viaggio di Charlotte Gainsbourg tra cinema, mito e maternità

In principio fu una coppia: lei è una giovane attrice britannica, lui un noto cantante francese. I due si incontrano su un set e si amano follemente. Dal loro incontro, oltre ad un singolo dal successo planetario, il celebre Je t’aime… moi non plus, nasce una bambina. Quella bambina porta il nome di Charlotte Gainsbourg e i suoi genitori sono Jane Birkin e Serge Gainsbourg. Ognuno di loro, seppur nei rispettivi ambiti, farà la storia dell’arte contemporanea francese (e non solo). Si potrebbe quasi pensare che su tali icone non ci sia più molto da dire, ma a contraddire pesantemente questa visione è Jane by Charlotte, l’esordio alla regia di Charlotte Gainsbourg presentato a Cannes nel 2021. Il ritratto di questa figlia, che molto delicatamente si accosta al volto della madre, è così intimo da farsi parabola universale del rapporto madre-figlia, pur non celando la straordinarietà di due esistenze tanto peculiari.

Gainsbourg esordisce alla regia con un film per nulla facile, ma che è suo pienamente. Non nasconde di non sentirsi del tutto padrona del mezzo che adotta, ma poco ci importa per quanto efficace risulta nel suo intento: raccontare una donna così straordinaria nei suoi gesti e nelle sue parole più ordinarie. Dopo l’iniziale illusione di esser di fronte ad un tradizionale documentario su un tour musicale, la pellicola vira poi verso il personale sguardo incuriosito di una figlia verso la propria madre. La tensione tra le due protagoniste (Charlotte non lo è meno di Jane!) risulta a tratti così palpabile da essere vibrante, ancor prima che meramente autentica. Scopriamo un rapporto poco tattile e abbastanza impacciato fin dall’infanzia, con una madre persino intimidita dall’alterità tipica della figlia.

E vediamo al contempo una figlia che, pur sapendo bene cosa voglia chiedere alla madre, è anche disposta a farsi trasportare dai luoghi e dal fluire naturale delle emozioni. Non importa e non disturba che all’apparenza non ci sia una storyline ben definita: riusciamo comunque da spettatori ad entrare poco a poco nel vivo di chi siano queste donne e cosa rappresentino l’una per l’altra, per mezzo della personale cronologia emotiva di Charlotte. La regista non nega possano addirittura esserci momenti di vita della madre più noti ai fan che a lei stessa: si approccia a Jane, dunque, con la percezione assolutamente unica di una figlia che ama, pur con tutte le difficoltà che l’amore comporta. E in questa unicità si celano tanti dubbi e tanta voglia di capire e indagare chi si celi dietro quel sorriso deciso e quelle rughe così meravigliose: è un bisogno ben più personale che collettivo.

Jane by Charlotte ci mostra in fondo come sia possibile ad ogni età e persino nei rapporti più stretti imparare ad amarsi o ad amarsi sempre più. Attraverso le visite ai luoghi di famiglia (inclusa la casa-museo dedicata a Serge), le confessioni fianco a fianco sotto le coperte o ancora durante la visione di vecchi (e quindi dolorosi) filmini, Charlotte si scopre ammiratrice della donna che è stata ed è sua madre, forse anche per la costante giovialità e la tenacia di fronte al dolore, magari ritenute meno proprie. Un approccio esistenziale molto frequente e tipico di alcune fasi della vita consiste dopotutto nel tentativo di affrancarsi dal proprio modello genitoriale alla ricerca della propria indipendenza: Jane by Charlotte fa invece riscoprire tutta la bellezza del lasciarsi accompagnare dai propri genitori, nonché il miracolo del crescere insieme.

Adam Olivo - The Hot Corn

14 giugno 2022

Memoria di Apichatpong Weerasethakul, ovvero la comprensione del mondo grazie al prossimo

Memoria è anche un film sul subconscio che riemerge. È un film di spettri che si manifestano, che risalgono da un sé profondo e sconosciuto, tanto da apparirci come un’alterità. La comprensione allora deriva dal contatto con un altro sé, al quale siamo inspiegabilmente connessi secondo una visione filosofica che unisce panteismo e fantascienza, viaggi nel tempo e nello spazio che si rivelano circolari e ritornanti. Chi allora meglio di Tilda Swinton, attrice aliena per eccellenza, a interpretare la protagonista Jessica, elemento d’unione con un mondo passato, che ritorna attraverso il più semplice tocco della mano. Così limpido e spontaneo, e per questo profondamente umano. Non ci può essere vita senza la morte, così non ci può essere memoria senza un corpo che si faccia ospite di ricordi. Ma Apichatpong fa un passo in più, mostrandoci che non ci può essere completezza nella visione e nella comprensione del mondo senza qualcuno a fornirci le chiavi mancanti. Ognuno di noi dunque è portatore di un frammento di storia che nulla significa nel suo solitario isolamento. All’interno di una visione organica del reale, siamo parti, frammenti oscuri, capaci di illuminarsi e trovare senso solo nell’esperienza del contatto, nel ricongiungimento con l’altro, solo tra le mani di qualcuno disposto ad accogliere la nostra storia e a farne, appunto, memoria.

Chiara Zuccari, SentieriSelvaggi

07 giugno 2022

I tuttofare è un film che invita a conoscere il prossimo

Non fatevi ingannare dal titolo: I tuttofare (Seis días corrientes) di Neus Ballús, in concorso al Festival di Locarno, non ha niente di banale. Al contrario, questo terzo lungometraggio della regista catalana trabocca di originalità, audacia e una folle voglia di sperimentare: con i suoi interpreti, con il linguaggio filmico, con le situazioni improvvisate, con la permeabilità della sua sceneggiatura, con la spontaneità del suo protagonisti, con ciò che è straordinario nella vita quotidiana... È un film di una fluidità naturale che oscilla tra documentario e commedia, mentre si irradia di surrealismo, e non lascia che il cinema sociale nella sua versione più rancida (un tipo di cinema al quale si potrebbe a priori, a causa del suo soggetto, commettere l'errore di associare questo film) ne blocchi le canalizzazioni. [...] Da una sceneggiatura più o meno ispirata a eventi reali, scritta dal regista con Margarita Melgar (pseudonimo che in realtà nasconde due nomi: Montse Ganges e Ana Sanz-Magallón), Seis días corrientes ritrae un'umanità a noi vicina, pittoresca e magnetica nella quale rivalità, gelosia, seduzione, esigenze, perfezionismo, amicizia e rapporti di potere si fanno sentire, il tutto mimetizzato sotto una buona dose di quel senso dell'umorismo di cui abbiamo parlato sopra.

Alfonso Rivera, Cineuropa

01 giugno 2022

Quando l'invenzione fa la Storia: L'arma dell'inganno di John Madden

La vicenda della difficile liberazione dello Stivale dal nazi-fascismo è nota ed è stata, negli anni, tema di alcuni tra i capolavori della cinematografia nostrana. Ma, come recita la voce fuori campo in apertura a questa nuova fatica di John Madden: "In ogni storia vi sono elementi visibili ed elementi nascosti e questo è particolarmente vero nelle storie di guerra".
Gli elementi visibili delle storie militari – i soldati al fronte, i morti e i feriti, le bombe e le pallottole, i gesti di eroismo e le violenze più crude – sono da sempre i soggetti privilegiati del cinema bellico propriamente detto, grazie alla loro capacità di suscitare forti emozioni.
Ma nel nostro caso il regista inglese preferisce dirigere l'attenzione del pubblico verso ciò che rimane celato alla propaganda e ai notiziari internazionali: l'incredibile storia vera dietro all'Operazione Mincemeat, condotta dall'intelligence britannica e rivelatasi fondamentale per le sorti dell'Occidente libero.
La missione segreta, stupefacente al punto da sembrare frutto di fantasia, fu condotta dal capitano Montagu (Colin Firth), coadiuvato dal tenente Cholmondeley e dal giovane collega dei servizi segreti Ian Fleming, che non a caso, terminata la carriera militare, diverrà noto a tutto il mondo come uno dei maggiori scrittori di spy-story e come l'ideatore della fortunata saga di James Bond.

Se con "Shakespeare in Love" John Madden raccontava il modo in cui la realtà finisce talvolta per ispirare la finzione, con "Operation Mincemeat" si invertono i termini dell'equazione. Può la storia (quella con la S maiuscola) essere influenzata, o addirittura sovvertita, dalla finzione narrativa? Può la fiction divenire più reale della realtà stessa?
La domanda sta alla base dell'opera in questione e nonostante il film sia diretto in perfetto stile war-movie britannico (lo si riconosce da tre elementi: la retorica patriottica, una chiara distinzione tra buoni e cattivi e l'immancabile presenza, tra il caricaturale e l'affettuoso, del primo ministro Winston Churchill), la guerra è allora poco più che un pretesto per riflettere su tutt'altri temi: sul potere della narrazione e sul mestiere dello scrivere.
Mentre la seconda metà del film si concentra sulla realizzazione dell'impresa vera e propria, la prima parte (sicuramente più riuscita) solletica il voyeurismo dello spettatore conducendolo nell'intimità dell'arte del raccontar storie. La sceneggiatura, guidata da una voce fuori campo dai toni forse troppo aulici e dallo stile un po' troppo letterario, si trasforma in un vero e proprio canto d'amore verso la scrittura; verso quella particolare magia in cui personaggi, vicende e sentimenti mai esistiti, prendono vita nella fantasia dei loro artefici e nel cuore dei loro lettori; quell'incantesimo grazie a cui, talvolta, la durezza della realtà può essere salvata dalla leggerezza della fantasia.

Eugenio Radin, Ondacinema

25 maggio 2022

Settembre: il riuscito esordio alla regia di Giulia Steigerwalt

È un film delizioso, Settembre, che espande il cortometraggio omonimo di Steigerwalt innestando l’avventura dei ragazzini con gli episodi degli adulti. C’è un affetto sincero nei confronti dei suoi protagonisti e c’è molta empatia nel raccontare il loro percorso di accettazione delle difettosità. Non si tratta di indulgenza quanto proprio di prossimità emotiva, anche nei confronti di coloro che manifestano qualche limite nell’articolare il discorso amoroso o nel “pensare per due” poiché si sta insieme anziché per uno nonostante si stia insieme.

In questo senso è un film profondamente italiano, una commedia seria che individua l’umorismo come prisma per interpretare le cose della vita, rinnova il magistero di Luigi Comencini e torna alla Francesca Archibugi delle origini. Senza dimenticare la costellazione del dramedy indie tra Garden State, Noah Baumbach e Judd Apatow a cui sembra guardare con attenzione Steigerwalt, quasi a voler collocare la sua opera prima in un orizzonte non solo local ma anche dal respiro più ampio. Un film solo apparentemente piccolo e invece notevole, che rispetta personaggi e spettatori e offre loro la possibilità di una strada nuova, una carezza che allevia l’ansia, l’ipotesi di una felicità diversa.

Lorenzo Ciofani, Cinematografo

24 maggio 2022

Una serata tra arte e scienza... aspettando Trame Sonore

Mercoledì 25 alle 21.15 un film unico al carbone, capace di mescolare arte e scienza, accompagnato dalla splendida colonna sonora originale di Maria Bonzanigo. Tra scienziati che hanno perso l’immagine della Natura, e artisti che hanno smarrito la tradizionale idea di bellezza, attraverso macchinari che assomigliano a opere d’arte e istallazioni artistiche che assomigliano ad esperimenti, emerge un ritratto di attività scientifiche e artistiche come indagine, come immaginazione, come autentico esercizio di libertà: Il senso della bellezza di Valerio Jalongo è un evento di Aspettando Trame Sonore Mantova Chamber Music Festival, in collaborazione con Oficina OCM e con il sostegno di Prohelvetia.

20 maggio 2022

Adorazione: i ragazzi selvaggi delle Ardenne

Selvaggio e magnetico il nuovo film di Fabrice du Welz, Adorazione, pellicola ambientata nella campagna belga delle Ardenne. Una storia d'amore sui generis tra due adolescenti. Una corsa verso l'abisso della follia. E la follia è compagna di strada di Gloria, misteriosa ragazzina ospite di una clinica privata per malattie mentali in cui lavora la madre del dodicenne Paul. A interpretarli Thomas Gioria e Fantine Harduin, giovani e promettenti attori francofoni. Quando incontra Gloria, Paul ne rimane immediatamente affascinato tanto da ignorare i divieti materni e fuggire con la ragazzina. La solitudine di Paul unita alla follia di Gloria, ormai priva delle sue medicine, danno vita a un mix letale. [...] Disavventure e incontri si susseguono nella campagna belga mentre Paul assiste atterrito e affascinato alle esplosioni di violenza della sua amica, il cui personaggio sprigiona la stessa nefasta potenza attrattiva di certe figure femminili del cinema horror.

Il cammino autodistruttivo di Paul e Gloria in Adorazione ha molto in comune con tante pellicole on the road incentrate su coppie borderline, ma il film di Fabrice Du Welz ha due frecce in più al proprio arco: l'età dei protagonisti, appena adolescenti, e il paesaggio naturalistico delle Ardenne la cui campagna cupa e lussureggiante viene catturata con sapienza dall'obiettivo del direttore della fotografia Manuel Dacosse. C'è una inspiegabile purezza nella follia di Gloria che si riversa sugli esseri viventi che le si avvicinano, uomini o animali che siano. La ragazzina, attraverso il filtro dello sguardo estatico di Paul, viene rappresentata come una sacerdotessa intenta a compiere riti primordiali e anche quando il velo dell'ingenuità del ragazzo viene squarciato dalla malattia mentale di lei questo non la rende meno attraente ai suoi occhi.

Film di atmosfere punteggiato da pochi dialoghi e ancor meno presenze umane (tra cui si segnala l'eccentrico solitario di mezza età interpretato da Benoît Poelvoorde), Adorazione è in gran parte giocato sulla tensione che accompagna il vagabondare di Paul e Gloria. Non ci vuol molto a capire che la ragazzina è una mina vagante pronta a esplodere in qualsiasi momento ed è questa energia che sprigiona dalla sua figura ad alimentare il romanzo di formazione. Dopo Calvaire e The Lonely Heart Killers, la trilogia delle Ardenne di Fabrice du Welz si conclude con un film più intimo, che azzarda uno scavo psicologico su un personaggio fuori dagli schemi, offrendo al pubblico uno sguardo sull'abisso dell'adolescenza. Ma per quanto sui generis, Adorazione è pur sempre una storia d'amore che ripropone il potere fascinatorio del femminile sul maschile. Assunto valido per tutte le età e a tutte le latitudini.

Valentina D'Amico, Movieplayer

18 maggio 2022

Only the animals: un thriller ben costruito che unisce in modo sorprendente due mondi lontani

“Quando si ama non può succederti nulla di male”. Non è proprio così in Only the Animals - Storie di spiriti amanti, sesto lungometraggio del regista franco-tedesco Dominik Moll, selezionato – e molto applaudito – come titolo d’apertura della 16ma edizione delle Giornate degli Autori di Venezia. Cinque storie d’amore squilibrate e disfunzionali, dove chi ama si fa anche molto male (al contrario di ciò che afferma un’anziana signora nel film), si intrecciano in questo thriller noir serrato e ben costruito, che parte dalla scomparsa di una donna, Evelyne (Valeria Bruni Tedeschi) in una notte di tempesta in una fredda regione rurale della Francia.

Adattato dal regista con Gilles Marchand dall’omonimo e pluripremiato libro del romanziere francese Colin Niel, pubblicato nel 2017, il film di Moll mantiene la struttura in cinque capitoli distinti, ciascuno per ogni personaggio, che, mentre mostrano i diversi punti di vista su questa misteriosa sparizione, svelano un intreccio di storie e persone sempre più sorprendente, che dalle desolate nevi del Causse Méjean vanno a finire alle affollate strade di Abidjan, in Costa D’Avorio, passando per Internet, chat tra sconosciuti, scambi d’identità e feroci delusioni.

Alice (Laure Calamy), Joseph (Damien Bonnard), Marion (Nadia Tereszkiewicz), Armand (Guy Roger “Bibisse” N’drin), Michel (Denis Ménochet) sono, ognuno a suo modo, degli idealisti che sognano di evadere dal loro quotidiano, e cercano l’amore in relazioni reali o immaginarie. Lo spettatore scopre progressivamente cosa leghi gli uni agli altri, un segmento dopo l’altro che un po’ chiarisce e un po’ aggiunge nuovi elementi, e davvero non è il caso qui di svelare i dettagli della trama, per non rovinare la sorpresa.

Il mistero della scomparsa di Evelyne è il filo rosso che tiene unito il tutto, ma è soprattutto sui segreti e sulle inconfessate evasioni dei suoi protagonisti che il film si concentra, aprendo anche una finestra su alcune dinamiche del mondo contemporaneo e sulle disuguaglianze economiche. Dalla torbida relazione di un’assistente sociale con un suo scontroso e taciturno assistito (sul quale inizialmente è facile concentrare tutti i sospetti), passando per l’attrazione fatale tra una donna e una ragazza molto più giovane di lei, a circa due terzi del film la narrazione si trasferisce in un altro mondo, quello dei giovani africani assetati di soldi, che vedono come loro unica risorsa lo sfruttamento dell’uomo bianco, con la complicità di sciamani che con i loro riti tribali benedicono e propiziano attività illecite.

È l’incontro tra questi due universi lontani, ma che le nuove tecnologie mettono facilmente in connessione, il punto davvero forte di questo thriller globale. Un viaggio appassionante tra culture diverse, relazioni pericolose e nei lati oscuri del desiderio, dove l’amore è una trappola da cui si esce irrimediabilmente con le ossa rotte.

Vittoria Scarpa, Cineuropa

10 maggio 2022

A Chiara, uno dei film italiani più intensi dell'anno

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs dell'ultimo Festival di Cannes, A Chiara è la chiusura di un'ideale trilogia che il giovane regista classe 1984 ha ambientato in Calabria, dopo Mediterranea del 2015 e A Ciambra del 2017, film quest'ultimo con cui il nuovo capitolo ha davvero molto in comune. Anche in questo caso siamo di fronte a un racconto di formazione, seppur al femminile, con una ragazza che si trova da un giorno all'altro costretta a cercare di capire quale potrà essere il suo futuro: Chiara è una quindicenne che scopre all'improvviso che il padre tanto amato è un affiliato della ‘ndrangheta e, da quel momento, tutto il suo universo sembra drammaticamente crollare. Come nei suoi lavori precedenti, Carpignano ha dato vita a un film di finzione fortemente mescolato con il linguaggio documentaristico, essendosi anche basato su esperienze delle persone del luogo.

Aperto da una sequenza di grandissima forza estetica, A Chiara è la conferma del grande talento di Carpignano, che si mantiene sui livelli del suo lungometraggio del 2017, riuscendo ancora a dare vita a un prodotto realistico e allo stesso tempo capace di empatizzare con lo spettatore. Il coinvolgimento è dovuto soprattutto all'uso notevole e maturo della macchina da presa, perennemente dinamica ed efficace nel regalare al pubblico una vera e propria esperienza immersiva all'interno del nucleo familiare protagonista.La struttura narrativa è molto semplice e alcuni passaggi non abbastanza incisivi, ma nel complesso il film funziona, riesce a far riflettere e a regalare momenti di grande cinema e di ottima recitazione. Da segnalare che A Chiara ha vinto il premio Europa Cinema Label del Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.

Andrea Chimento, Il Sole 24 ore

03 maggio 2022

Noi due, l’emozionante road movie sulla paternità di Nir Bergman

È un commovente rapporto padre-figlio quello al centro di Noi due, del regista israeliano Nir Bergman. Selezionato per il Festival di Cannes 2020 e presentato al Toronto International Film Festival il film è un road movie misurato e lineare che riflette con lucida sensibilità sui temi dell’autismo e della paternità. Noi due è un film sul cambiamento necessario e sul dolore della separazione che conquista nella sua sobria tenerezza.

Aharon (Shai Avivi), ex disegnatore talentuoso, vive a Tel Aviv con suo figlio Uri (Noam Imber), un ventenne affetto da disturbi dello spettro autistico. La loro quotidianità, scandita da una serie di imprescindibili abitudini, subisce uno scossone quando Tamara (Smadi Wolfman), madre di Uri ed ex moglie di Aharon, preme affinché il ragazzo si trasferisca in un istituto specializzato che possa aiutarlo a socializzare e ad aprire i suoi orizzonti. La possibilità di un così radicale cambiamento spaventa tanto Uri quanto Aharon che decide, così, di scappare con il ragazzo e mettersi in viaggio verso gli Stati Uniti.

Basta notare lo scintillio negli occhi di Aharon quando guarda Uri per comprendere quanto viscerale sia l’amore di questo padre per suo figlio. Un amore che ha spinto il disegnatore ad abbandonare totalmente la sua carriera perché potesse prendersi cura a tempo pieno del ragazzo. Un amore che rischia di obnubilare la vista di Aharon e far emergere, nonostante le buone intenzioni, il lato più egoista della sua personalità. Perché non è solo Uri ad aver bisogno del padre, ma è soprattutto l’uomo a non riuscire concepire una vita lontano da suo figlio. L’idea della separazione lo terrorizza: da un lato teme che sradicare forzatamente Uri dalle proprie abitudini possa destabilizzare il ragazzo, dall’altro ha paura della solitudine. Noi due riesce a raccontare la paternità con un garbo che coinvolge, loda l’amore e problematizza le ombre di un rapporto che rifugge da qualunque idealizzazione.

Senza patetismi, con una lucidità che non smette mai di sprizzare tenerezza, Noi due celebra l’affetto e, allo stesso tempo, si dimostra un esemplare caso di rappresentazione della disabilità. Fuggendo ogni rischio di sovrabbondanza, Nir Bergman punta tutto su una sobrietà compositiva che permette all’anima dei personaggi di manifestarsi sullo schermo. Anche grazie alle misurate interpretazioni degli attori i personaggini guadagnano in complessità e tridimensionalità: Shai Avivi coglie il terrore esistenziale Aharon e, al tempo stesso, restituisce tutto l’incredibile affetto che questi prova per suo figlio; Noam Imber è eccellente nel mettere in scena le sfumature del suo Uri senza mai scadere nell’overacting. È la chimica tra questi due interpreti in cuore emozionale di una pellicola commovente.

Gabriele Guerrieri, Spettacolo.eu