05 dicembre 2022

Nessuno deve sapere di Bouli Lanners

Bouli Lanners è uno degli artisti cinematografici belgi più versatili dell'ultimo ventennio, in grado di destreggiarsi in ruoli comici così come in parti inquietanti in cui dà anima e corpo a personaggi davvero ai limiti. Ma, e lo ha dimostrato già dirigendo tre interessanti film, un regista di talento, autore di tre film interessanti, se non proprio belli, come Eldorado road (2008), Un'estate da giganti (2011), e Les premiers, les derniers (2016). Questa sua ultima fatica, intitolata Nobody has to know (in Francia, ove è appena uscito in sala, "L'ombre d'une mensonge") si presenta come un raffinato e trattenuto thriller dell'anima e del cuore che, attraverso una sorta di rinascita obbligata che la drammatica circostanza richiede al nostro sfortunato protagonista, permette di far luce su una comunità isolata sia dalla natura, sia dalla propria riservata etica morale. La stessa che spinge una donna per troppo tempo soggiogata e costretta in un ruolo sacrificale, ad escogitare un suo piano per poter uscire dal ruolo che le regole severe del luogo le hanno costruito addosso, privandola di ogni libertà ed emozione di vivere. Lanners dirige con professionalità una sorta di giallo psicologico che sonda tra i comportamenti rigidi ed inflessibili di una società racchiusa ostinatamente in se stessa, pregiandosi di una ambientazione e di paesaggi naturali mozzafiato che ben si contestualizzano a rappresentare una società fuori dal tempo e dalle frenesie di un mondo al contrario decisamente globalizzato. E il volto interdetto dai molteplici interrogativi che lo colgono, quando il protagonista (reso molto bene dallo stesso Bouli Lanners, attore di comprovata versatilità come accennato sopra) si (ri)scopre addosso un corpo incastonato di tatuaggi a lui - momentaneamente in condizione di amnesia totale - completamente ignoti, diventa il simbolo di un film denso di misteri, ma allo stesso tempo pacato e impegnato a concentrarsi sulle singole sfaccettature interiori dei suoi due protagonisti e di qualche altro personaggio di contorno, piuttosto che concedersi sfacciatamente alle regole della suspence e del thriller.

Alan Smithee, FilmTv.it

24 novembre 2022

Torna in sala Fitzcarraldo di Werner Herzog rimasterizzato in 4K

Uno dei film più folli mai realizzati, e non potevano che realizzarlo Werner Herzog e Klaus Kinski. Folle in primo luogo perchè ha richiesto per la sua realizzazione uno sforzo immane, esattamente come quello narrato nella storia: due morti, un numero imprecisato di feriti, quattro milioni di euro bruciati nella produzione (per pagare i quali Herzog si dovette impegnare praticamente tutto), tre anni di lavorazione in mezzo alla giungla. In secondo luogo folle perchè a causa, o forse per merito, della sregolatezza di Kinski e di una sceneggiatura claudicante risulta un film grottescamente disunito, disomogeneo, ma proprio per questo immensamente affascinante. Fitzcarraldo narra la storia di un uomo che vuole costruire un teatro d’opera in una cittadina sperduta nella giungla amazzonica per rendere omaggio al suo grande mito: Caruso. Fitzcarraldo è un viaggio dentro l’anima di questo personaggio che, come per una sorta di processo osmotico, si identifica e si fonde con il suo magistrale interprete: Klaus Kinski. I suo sforzi titanici per portare la cultura in mezzo al nulla diverranno parte integrante di questa piccola grande epopea. Il suo grande sogno si identifica in un’immensa cattedrale nel deserto, un’opera a se stante, costruita per rendere omaggio ai grandi della lirica senza alcun legame con l’ambiente circostante. Per realizzare il suo sogno non esiterà a far transitare una barca per il trasporto del Caucciù in un vasto tratto collinare nel bel mezzo della foresta amazzonica. Le scene in cui gli indios e la ciurma lavorano con argani e carrucole per trainare l’immenso scafo in cima alla collina sono emblematiche della caparbietà umana avvinta ad una surreale follia. Capolavoro di Werner Herzog e famelica interpretazione di Kinski. Scena memorabile: Fitzcarraldo che, superate le avversità, al suo arrivo si erge sulla tolda della nave facendo risuonare le note di Bellini con il suo grammofono.

filmalcinema.com

23 novembre 2022

Una voce fuori dal coro, il potere salvifico dell’arte e un ritratto di famiglia al maschile

Un talento scoperto per caso, che può trasformarsi in una speranza di riscatto, e le giornate difficili di un adolescente in una famiglia composta da quattro fratelli maschi che combattono, ognuno a modo suo, per tenersi uniti, andare avanti e prendersi amorevolmente cura della madre in coma. “Un voce fuori dal coro” è il delicato film d’esordio del regista francese di origine italo-spagnola Yohan Manca, ispirato da un'opera teatrale di Hédi Tillette de Clermont-Tonnerre. Protagonista assoluto della storia, nei panni del giovane Nour è Mael Rouin-Berrandou, l’insegnate di canto che scopre il suo talento è interpretata da Judith Chemla, e i fratelli di Nour da Dali Benssalah (Abel), Sofian Khammes (Mo), Monchef Farfar (Hedi). [...]

Il regista ci porta a osservare le dinamiche di una famiglia composta da quattro giovani maschi feriti, eppure amorevoli e determinati ad andare avanti uniti, capaci di dedicarsi con dedizione quotidiana alle cure della madre malata come di azzuffarsi ferocemente per sfogare tensioni e frustrazioni. Lo sguardo di Yohan Manca è quello di Nour e della sua età, in bilico tra un precoce disincanto e la voglia di credere nella promessa di un futuro diverso, che si fa più vivida attraverso la scoperta di una passione. E’ uno sguardo delicato, aperto e puro, che non giudica. Non censura errori e difficoltà, ma li racconta dall’interno del contesto, senza indulgere ne patetico ma alla ricerca semmai di frammenti di poetico, limitandosi a guardare le vite dei fratelli con l’interesse e l’ atteggiamento benevolo e premuroso con cui il ragazzino li guarda a distanza seduto su un muretto, mentre loro si sfidano e si affannano, come tutti i ragazzi del mondo, per afferrare, almeno, la gioia minima e fugace della vittoria in una partitella di calcio sulla spiaggia.

Valentina Di Nino, Today.it

23 novembre 2022

Con Telefono Rosa contro la violenza sulle donne

Il cinema del carbone e le volontarie di TELEFONO ROSA MANTOVA in collaborazione con l'Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Mantova, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne propongono la visione del film NON CONOSCI PAPICHA di Mounia Meddour Gens.

Ambientato nell'Algeria degli anni Novanta, il film racconta una realtà ancora attuale: quella del fondamentalismo religioso, della respressione cieca, dell'ottusità di chi mira a mettere a tacere la forza vitale delle donne per renderle sudditi obbedienti da gestire a proprio piacimento.

La proiezione a ingresso libero per la cittadinanza di giovedì 24 novembre alle 21.15 sarà presentata dalla presidente di Telefono Rosa Avv. Paola Mari e dalla vicepresidente di Telefono Rosa Valeria Biondani.

09 novembre 2022

Un anno, una notte

Lo struggente, pluripremiato film di Isaki Lacuesta Un anno, una notte sbarca al carbone dal 10 novembre 2022.

Racconto struggente e tutto sulla pelle di chi c’era quella sera del 13 novembre 2015 quando dei terroristi islamici spararono sulla folla che ballava nel locale. 130 morti, centinaia di feriti e la tragedia di chi si è salvato raccontato in questo magnifico film presentato alla scorsa Berlinale e dal 10 novembre nei nostri cinema, interpretato da due attori che vi lasceranno senza parole, Noemi Merlant e Nahuel Pérez Biscayart, e diretto dal pluripremiato Isaki Lacuesta.

Un film che non è la cronaca di una tragedia e neppure semplicemente il suo ricordo. Non è un intreccio di testimonianze romanzate e neppure semplicemente una collana di flashback. Non la storia di una coppia e di ciò che può diventare dopo un trauma. Ma tutto questo insieme in sapienti frammenti a comporre il racconto di sentimenti di vita, di morte e di sopravvivenza che frullano i pensieri di una coppia all’indomani della tragedia del Bataclan.

07 novembre 2022

La rivoluzione della carne. Sette film di David Cronenberg

Crimes of the future, uscito in sala da pochi mesi, riprende temi e immaginario delle opere precedenti di David Cronenberg- la tecnologia come medium del desiderio, il corpo come territorio di sperimentazione, l’intrusione chirurgica, l’ibridazione tra naturale e sintetico - rilanciando la potenza visionaria la speculazione cinematografica del maestro canadese.

Ponendo il suo ultimo film come (provvisorio) punto di arrivo, la rassegna ripercorre in sette tappe in ordine cronologico - in doppia proiezione, il lunedì alle 21.15 e il mercoledì alle 18.30 -  il pensiero e le invenzioni visive di un regista che più di ogni altro ha saputo portare sullo schermo le ossessioni e le più spaventose inquietudini del mondo contemporaneo.

Si comincia il 7 novembre con i misteriosi individui telepatici protagonisti di Scanners.

Tutti i film sono proiettati in lingua originale con sottotitoli in italiano. Abbonamento 7 film (solo per i soci): 20 euro ingresso singolo: intero 7 euro, soci cinema del carbone e under 25 5 euro

26 ottobre 2022

Una storia d'amore e di culture che scompaiono a causa del cambiamento climatico: Utama - Le terre dimenticate

È un film che fa riflettere Utama. Fa pensare alle culture, alle lingue e ai mondi che stanno scomparendo anche per colpa nostra, per un benessere materiale e tecnologico per il mondo occidentale divenuto imprescindibile e a cui, come a un vorace Moloch, abbiamo sacrificato tutto. Alle cose e ai legami semplici, ai popoli che tentano di sopravvivere tenacemente attaccati alla terra su cui sono nati e cresciuti, una terra sempre più arida e avara, su cui il cielo si rifiuta di versare le sue lacrime. Non è un caso se tra i numerosi riconoscimenti che il film ha vinto in giro per il mondo, partendo dal Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, molti siano stati quelli del pubblico. Perché è impossibile restare indifferenti alla forza di questo racconto per immagini e sentimenti, interpretato con estrema bravura da una vera coppia quechua, il cui reale attaccamento rende il messaggio del film ancora più commovente e forte.

Daniela Catelli, Comingsoon

21 ottobre 2022

Yvan Sagnet presenta Il Nuovo Vangelo

Domenica 23 ottobre 2022 alle ore 16:00, presso il Cinema del Carbone, avrà luogo la proiezione unica del film documentario “IL NUOVO VANGELO” di Milo Rau, con la straordinaria partecipazione di Yvan Sagnet, attore protagonista e noto attivista per i diritti dei lavoratori migranti. Sagnet presenterà il film in dialogo con Marta Balasso,direttrice del progetto SAI ENEA di Mantova.

Il NUOVO VANGELO è un film potente. Mescolando fiction e realtà affronta il dramma dei lavoratori stranieri costretti a lavorare in sud Italia per la raccolta dei pomodori in condizioni disumane. Il regista Milo Rau sceglie Matera per ambientare la vita di questi braccianti e il loro movimento di rivolta per la dignità sotto la guida di Yvan Sagnet che, come un nuovo Cristo, porta un messaggio di liberazione e di speranza. La stessa Matera non è una scelta casuale, ma voluta dal regista in continuità con Il Vangelo Secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini e con La Passione di Cristo di Mel Gibson.
Cosa avrebbe predicato Gesù nel ventunesimo secolo? Chi sarebbero stati i suoi discepoli? Come avrebbe risposto la società odierna al suo annuncio? Il film interpella il pubblico, torna alle origini del Vangelo e mette in scena una passione vissuta da un’intera comunità oppressa dal caporalato.

Yvan Sagnet nella vita reale ha condotto scioperi e battaglie fondamentali per contrastare il caporalato in agricoltura ed affermare il rispetto dei diritti umani, sociali e dell’ambiente fino a dar vita all’associazione NO CAP, che oltre ad essersi battuta per l’adozione della prima legge nazionale contro il caporalato, propone un nuovo modello imprenditoriale basato sull’etica e sullo sviluppo sostenibile.

L’evento, ad ingresso libero fino ad esaurimento posti, è promosso dal Comitato Amici C.A.S.A. San Simone e realizzato grazie al contributo del Comune di Mantova, in collaborazione con Caritasdella Diocesi di Mantova, il progetto SAI ENEA, Amnesty International Gruppo 079 e Centro Missionario Diocesano di Mantova.

19 ottobre 2022

La Pantera delle nevi: alla scoperta del mondo, cercando una chimera in Tibet

Il rapporto tra l’uomo e la natura è controverso fin dall’alba dei tempi. Giacomo Leopardi la definiva matrigna malvagia e indifferente nel suo Dialogo della Natura e di un Islandese, ed è proprio nella sua indifferenza che l’uomo si è arrogato il diritto di prenderne il possesso e modificarla a proprio piacimento. L’intervento umano ha fatto sì che rimanessero sempre meno spazi incontaminati protetti solo dalle impervie condizioni in cui si auto-preservano. Ci sono però alcuni ammiratori rispettosi della selvaggia purezza della natura, che si avventurano in quelle zone incontaminate e con esse instaurano un rapporto unico quanto profondamente esistenziale. Così come gli alpinisti che scalano la vetta e lungo il tragitto si fermano da soli con se stessi, anche gli esploratori de La Pantera delle nevi si avventurano alla ricerca di ciò che hanno dentro. A certe altitudini non c’è solo il confronto con l’ambiente circostante, che può essere impervio o meno, ma soprattutto quello con se stessi.

Il documentario diretto da Marie Amiguet e Vincent Munier segue l’esploratore francese, accompagnato dello scrittore Sylvain Tesson, sugli altopiani del Tibet alla ricerca della misteriosa quanto sfuggente Pantera delle nevi. Il felino diventa la meta da raggiungere, e allo stesso tempo, l’espediente che permette loro di prendere coscienza della propria condizione esistenziale di fronte alla vastità della natura e alla brulicante vita che questa ospita. Una natura davvero indifferente e incurante dell’uomo che in questi contesti, diversamente da altri, in maniera rispettosa vi cammina in punta di piedi per osservarla nella sua bellezza. [...]

Il silenzio delle valli permette di notare cose che prima erano sfuggite. La natura che li circonda e li ospita mostra loro un’infinita varietà di animali: felini, avvoltoi, aquile, roditori e yak dalle possenti dimensioni. Attraverso la loro osservazione scoprono una vita che scorre a ritmi diversi, una dimensione quasi alternativa dove non c’è frenesia o affanno, ma solo la primordiale regola del tempo. Appostati in posizioni strategiche, con cannocchiali, binocoli e macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, i due cercando di farsi ambasciatori della bellezza che appare ai loro occhi e scoprono che forse alcuni problemi della vita, per quanto enormi possano sembrare, in confronto a tutto il resto perdono significato.

Nella ricerca della Pantera delle nevi i due esploratori si rendono sempre più conto dell'abissale differenza che c'è tra la natura e la città. L’essenza incontaminata della prima e il silenzio che vi regna stridono immediatamente alle loro orecchie con il rumoroso caos della città, che è percorsa ogni giorno da una miriade di suoni, come il traffico o semplicemente la vita che scorre veloce convinta della propria destinazione ma illusa della sua corsa. Ed è proprio in questo contrasto che i due si rendono conto della necessità di sapersi introdurre nella natura in un modo che non turbi il suo equilibrio. Sussurrano, camminano piano, indossano tute mimetiche per passare inosservati agli acuti occhi degli animali. Solo così infatti in punta di piedi comprendono di poter osservare un mondo alternativo, che invece con le lenti della vita frenetica non riescono a vedere. La ricerca della Pantera quindi non è solo un desiderio da realizzare, ma si trasforma in un'occasione di riflessione filosofica sulla vita..

Francesca Imperi, Today.it

19 ottobre 2022

Battle Royale: una profezia distopica su uno scontro generazionale

Uscito nel 2000 generando un'ondata di reazioni controverse, Battle Royale è stato per il Giappone e, in misura minore e con qualche ritardo, anche per l'Occidente, uno choc culturale paragonabile all'impatto di Arancia meccanica negli anni 70.

La tensione generazionale e la sensazione di una società gravata da crepe insanabili si materializza in un distopico affresco di morte, che riesce a mantenere tanto lo spirito ludico che la violenza efferata cari alla cultura giapponese, in un equilibrio impossibile tra poli opposti della medesima schizofrenia. Fukasaku Kinji, veterano dello yakuza eiga e del cinema violento e di genere, mette in scena la sceneggiatura scritta dal figlio Kenta con stile asciutto e privo di compromessi, tanto più scioccante perché i contenuti estremi sono presentati in una veste di quotidianità prosaica, senza enfasi scenografica.
L'esatto opposto di quanto avverrà con i molti epigoni di Battle Royale, quali Hunger Games o Squid Game, campioni di incasso e consensi che renderanno proficuo il concept di Fukasaku senza mai avvicinarsi alla sua radicalità.
La forza di Battle Royale sta nella incapacità, tutta nipponica, di scendere a compromessi. Senza voler dimostrare una tesi, ma con la sola brutalità dei fatti rappresentati, Fukasaku mette in scena l'apocalisse di una società lacerata e senza speranza, in cui ex insegnanti sfogano la loro frustrazione su teenager sfuggiti al controllo, in una grottesco e ludico reenactment del quadro di Goya su Saturno che divora la propria prole.
La scelta di Takeshi Kitano nel ruolo dell'insegnante diabolico e vendicativo è un favoloso esempio di controcasting: la comicità demenziale del presentatore televisivo di Takeshi's Castle - spettacolo di giochi deliranti inflitti a concorrenti volontari e masochisti, da noi approdato nel format Mai dire Banzai - trasla in perfetta continuità su un piano tragico e distopico, senza che la maschera di Kitano presenti mutazioni visibili.

Quentin Tarantino impazzisce per il film e lo divulga in Occidente, contribuendo a un tardivo recupero della carriera di Fukasaku Kinji e del suo cinema di gangster senza speranza (Battles without Honor and Humanity, Graveyard of Honor, Yakuza Graveyard). Oggi come ieri gli anti-eroi di Fukasaku combattono battaglie senza onore né umanità, al servizio di un impero declinante e degenere, che pochi hanno saputo tratteggiare altrettanto lucidamente.

Emanuele Sacchi, Mymovies