12 febbraio 2020

"Un capolavoro unico"

Tra i meriti di "Parasite" di Bong Joon-ho, Palma d'oro a Cannes e che ha appena sbancato ad Hollywood con ben quattro Oscar tra cui miglior film, c'è anche quello di aver più che sdoganato questo regista coreano dall'animo mediterraneo capace di sconfiggere grandi come Scorsese e Tarantino, e anche di girare un capolavoro della fantascienza con "Snowpiercer". E così ora, non a caso,  arriva in sala dal 13 febbraio con A "Memorie di un assassino" film del 2003 che proprio lo stesso Tarantino definì semplicemente «un capolavoro».

10 febbraio 2020

E' IN ARRIVO LO SCIAME CINEFILO

Questa settimana il cinema del carbone in collaborazione con l'Associazione Apicoltori Mantovani dedica un omaggio al mondo delle api, per far conoscere la loro vita quotidiana e le questioni ambientali e di cura del territorio connesse alla presenza di questi preziosi insetti impollinatori. Lo sciame cinefilo - questo il titolo della rassegna- consta di due appuntamenti, durante i quali sarà presente nel foyer del cinema un honey bar temporaneo, che offrirà la possibilità di degustare i mieli prodotti dagli apicoltori locali.

Mercoledì 12 alle 21 e 15 proietteremo Honeyland di Ljubomir Stefanov e Tamara Kotevska: proiettato al Sundance Film Festival e candidato agli Oscar come miglior documentario, questo pezzo di cinema verità visivamente  straordinario rappresenta una presa di coscienza sul significato delle api per l'ambiente globale e su come un'improvvisa corsa al profitto influenzi l'equilibrio ecologico locale. Domenica 16 alle 16 e 15 l'appuntamento è dedicato alle famiglie e ai più piccoli, con il classico di animazione Bee movie: la storia di Barry B. Benson, un'ape che non vuole rassegnarsi a lavorare in un alveare per tutta la vita e per questo scoprirà la fragilità dell'equilibrio nel rapporto tra natura e uomo.

https://ilcinemadelcarbone.it/rassegne/lo-sciame-cinefilo

31 gennaio 2020

Villetta con ospiti

In 'Villetta con ospiti', film diretto da Ivano De Matteo e che si svolge in sole ventiquattro ore, c'è una famiglia borghese piena zeppa di scheletri nell'armadio, di veri peccatori. E questo vale purtroppo anche per chi circonda questo nucleo familiare compreso il prete e il poliziotto.
Ci troviamo in una plumbea villetta benestante nel Nord Est d'Italia, una casa ai confini con il bosco dove la natura mette in scena le crudeli ordinarie dinamiche della sopravvivenza.
All'interno della villa si consuma un'inaspettata tragedia: un ragazzo innocente, rumeno, viene ucciso perché scambiato per ladro, ma nessuno in questa piccola comunità protagonista della storia si sente davvero colpevole di quello che è appena accaduto o, forse, a nessuno conviene denunciare la verità. Questi i protagonisti del film in sala dal 30 gennaio con Academy Two: Giorgio (Marco Giallini), sposato con Diletta (Micaela Cescon), con la quale ha due figli, gestore della proprietà della ricca moglie e fervente fedifrago. Anche se, va detto, pure Diletta ha le sue colpe. Nella villa è poi presente occasionalmente un'assistente domestica, Sonja (Cristina Flutur), che ha un figlio adolescente Adrian (Ioan Tiberiu Dobrica). Tra gli altri protagonisti, il goloso ortopedico De Santis (Bebo Storti), il commissario Panti (Massimiliano Gallo) e il lussurioso sacerdote Don Carlo (Vinicio Marchioni).
Scritto da De Matteo, insieme alla compagna Valentina Furlan, anche stavolta il regista attinge alla realtà ed esattamente allo scottante tema delle armi e della legittima difesa. Dicono i due sceneggiatori: "Ci aveva colpito un fatto efferato di cronaca accaduto in un contesto perbene e così abbiamo pensato di raccontare, con candore e leggerezza, una storia cattiva. L'abbiamo ambientata nel Nordest - aggiungono - perché nella provincia ricca c'è più l'idea di difendersi, anche se fatti così succedono ovunque".

26 gennaio 2020

Shiraz: tutto il fascino dell'India

La fondazione del Taj Mahal, raccontata secondo la tradizione favolistica indiana. A narrarci questa affascinante e romantica vicenda è Shiraz: a Romance of India, un capolavoro del cinema muto indiano in programma mercoledì 29 gennaio alle 21.15. Seguendo la storia d'amore che lega e divide la bellissima Selima, il principe Khurram e l'umile e fedele Shiraz, il film di Franz Osten - girato nel 1928 - ci guida tra splendide ambientazioni e le meraviglie dell’architettura moghul. Un'India piena di fascino, capace d'incantare lo spettatore occidentale e che ritorna nel pieno splendore originario grazie alla versione restaurata dal BFI National Archive, che ha chiesto alla suonatrice di sitar e compositrice Anoushka Shankar di comporre una nuova colonna sonora per il film. La serata è organizzata in collaborazione con Yoga Padma Niketan.

26 gennaio 2020

Aperte le iscrizioni per Ciak, si stampa!

Rulli, inchiostri e tirabozze al servizio delle star di Hollywood! Sabato 1° febbraio (ore 16.15) nuovo appuntamento con il carbone dei piccoli lab: in CIAK, SI STAMPA! Maria Zaramella insegnerà ai bambini l'antica arte della tipografia a caratteri mobili per stampare la locandina del proprio film preferito. Abiti sporcabili senza timore e una buona dose di fantasia sono gli unici requisiti richiesti ai partecipanti, che potranno come di consueto trovare il conforto di una buona merenda offerta da Coop Alleanza-3.0 al termine del laboratorio.

Il laboratorio si rivolge ai bambini dai 5 ai 7 anni. Per partecipare è necessario iscriversi compilando il consueto form disponibile a questo link.

26 gennaio 2020

Riapre la stagione di carbone in corso

Con l'inizio del nuovo anno riprende finalmente l'attività formativa del cinema del carbone. Il primo appuntamento di carbone in corso per il 2020 è sabato 8 e domenica 9 febbraio con Ritorno alle origini?, un'indagine appassionata sul cinema che cerca di rifondare i generi, far rivivere i suoi miti, confrontarsi nuovamente con i temi che da sempre lo attraversano.

Nolan, Villeneuve, Paul Thomas Anderson, Chazelle, Tarantino, Spielberg saranno solo alcuni degli autori con cui ci confronteremo in questa serrata due giorni riscoprendo l'arte di guardare un film.

A guidarci sarà Fabrizio Tassi, vicedirettore di Cineforum e collaboratore di FilmTv e Micromega.

Come sempre vi chiediamo di pre-iscrivervi al corso mandando una email a info@ilcinemadelcarbone.it o telefondando allo 0376.369860.

16 gennaio 2020

Tante storie parte da Suzzara e Sermide

Tanto cinema per TANTE STORIE. Dopo il prologo tenuto all'Oberdan in dicembre con la proiezione di IN QUESTO MONDO, domenica 19 gennaio (ore 17.00) prende il via dalla Biblioteca Piazzalunga di Suzzara il tour di appuntamenti tra cinema e mondo organizzati dal cinema del carbone per la Rete Bibliotecaria Mantovana. Tante Storie - realizzato con il sostegno di Regione Lombardia - punta a rafforzare il ruolo delle biblioteche come luoghi di interrogazione del presente, attraverso lezioni, incontri e spettacoli in cui il cinema si presta come ponte per facilitare il passaggio tra quello che sta dentro e fuori le sale di lettura.

Si parte con MERCE, prima parola del Lessico contemporaneo per immagini, una sorta di "cine-vocabolario" che il cinema del carbone ha affidato ad alcuni critici cinematografici per (ri)definire alcune delle parole indispensabili per comprendere il nostro tempo. A parlare di cinema e pubblicità (o dello spettacolo della merce) sarà Giuseppe Mazza, tra i più apprezzati copywriter italiani, direttore della rivista Bill e autore del volume Cinema e pubblicità.

Mercoledì 22 gennaio alle ore 21.00 Tante storie si sposta al Cinema Multisala Capitol di Sermide con ANTROPOCENE, il pluripremiato film canadese che mostra i segni inequivocabili della nuova era in cui è entrato il nostro pianeta a causa dell'incidenza sempre più preponderante delle attività umane sull'ambiente. A introdurre il film sarà Matteo De Giuli, senior editor del Tascabile e voce di Radio3 Scienza, nonché co-autore della newsletter MEDUSA dedicata all'antropocene.

15 gennaio 2020

L'ufficiale e la spia

Voulez-vous la lumière? Una domanda che rimbomba spesso nelle sontuose stanze del potere dove si discute il celeberrimo affaire Dreyfus, proprio nel fatidico 1895 che sta scoprendo la “luce” del cinema in quella stessa Parigi. Una domanda che Roman Polanski torna a porsi nel 2019 risucchiandoci pian piano in ambienti sempre più oscuri, tra uffici e tribunali, alberghi e celle di isolamento, sondando così l’oblio (potenziale) della Storia con la luce persistente del cinema. Ma facciamo un doveroso passo indietro: l’accusa di alto tradimento verso il capitano dell’esercito di origine ebraica Alfred Dreyfus (basata su discutibilissime prove di delazione verso la Germania) diventa ben presto il catalizzatore di complessi nodi storico/politici (dalla guerra franco-prussiana ai prodromi della Prima Guerra Mondiale) e socio/culturali (dai rigurgiti antisemiti alla corruzione delle istituzioni repubblicane) che attanagliano l’Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il ruolo dell’intellettuale, pertanto, non può che assumere connotati profondamente diversi: la lettera aperta scritta da Émile Zola al presidente della Repubblica francese sulle pagine de L’aurore segnerà non a caso il perimetro etico e umano entro cui interpretare ogni futura ricostruzione o rammemorazione dell’affaire.

Ed eccoci al film. A più di un secolo di distanza da quei fatti arriva anche il j’accuse di Roman Polanski – tratto dal libro di Robert Harris e Gran Premio della Giuria al 76° Festival di Venezia – che non poteva che essere concepito come “puro cinema”: a partire dal matte painting digitale che riedifica gli spazi in campo lungo (come nel Rohmer de La nobildonna e il duca), per poi zoomare in dettaglio su fatti, oggetti e dati (come nel Rossellini didattico di Blaise Pascal o Cartesio). Ed è nelle pieghe di questo impeto filologico che Polanski riesce miracolosamente a condensare tutto il suo cinema passato – dalle fobie ossessive di Repulsion alle persecuzioni allegoriche di Rosemary’s Baby, dal contagio del male de Il coltello nell’acqua ai perturbanti fantasmi psichici de L’inquilino del terzo piano, per aggrapparsi infine al flebile raggio di sole che attraversa le macerie de Il pianista – pensando un film di abissale e anacronistica frontalità. “Qual è la differenza tra copia e falso?”, ci si chiede apertamente.

E allora: l’intera vicenda – dal 1894 al 1906, dall’arresto sino alla parziale riabilitazione – è narrata dal punto di vista del colonnello Georges Picquart (un efficace Jean Dujardin), ossia il capo dell’ufficio informazioni dello Stato Maggiore. Un uomo del sistema che inizia a indagare personalmente sull’affaire dapprima scoperchiando oscene zone franche poste tra giustizia e ragion di Stato, per poi reiterare simili dinamiche di potere (in un doppio finale veramente vertiginoso). Il dramma umano di Dreyfus (monolitica l’interpretazione di Louis Garrel) diventa quindi una dimensione posta quasi del tutto in fuori campo aleggiando come fantasma della Storia che reclama una “forma visibile” nella contingenza di ogni singolo evento messo in scena. L’antisemitismo, la rabbia sociale e gli echi lugubri del Novecento europeo iniziano a materializzarsi partendo da questo scioccante fervore accusatorio (i libri di Zola bruciati in piazza) o ancora dall’uso strumentale e pregiudizievole dell’opinione pubblica (nell’era dei nascenti media di massa che catalizzano ogni attenzione).

Un film anche autobiografico, quindi? Certo, ma non più di altri. Perché Polanski non ha mai smesso di trasfigurare e universalizzare i propri spettri interiori, cercando testardamente flebili tracce di luce nelle (sue) stanze buie e credendo sino in fondo ai frammenti di soggettività lacerata dei suoi ambigui personaggi. Parliamo solo di cinema, pertanto. Il rigore bressoniano della messa in scena viene contaminato dall’irruzione della memoria privata del colonnello in un personale atto di rimontaggio delle fonti che sfrutta i “classici” raccordi di sguardo o le soggettive per aprire improvvisi flashback rivelatori. Insomma, una delle vicende cardine per la formazione della civiltà occidentale del XX secolo viene qui ri-declinata instaurando una lucidissima dialettica tra gli stili storicizzati del cinema “riconosciuto” come il figlio più fulgido della modernità. Roman Polanski asciuga le proprie inquadrature da ogni compiacimento o (auto)indulgenza regalandoci un’immensa lezione di etica delle immagini che possa favorire ogni futura riflessione critica sui troppi Dreyfus della Storia. Un film meravigliosamente contemporaneo e di un nitore assoluto: voulez-vous la lumière?

Pietro Masciullo, Sentieriselvaggi.it

08 gennaio 2020

Il mistero Henri Pick

Da giovedì 9 gennaio il cinema del carbone propone in prima visione  Il mistero Henri Pick di Rémi Bezançon, ottimo rappresentate comico di un sottogenere molto in voga negli ultimi anni, ovvero l'indagine letteraria. Non perdete questa vera e propria  [...] chance, da prendere al volo specialmente quando il tour fornisce una guida/protagonista del calibro di Fabrice Luchini, attore di poliedrico talento, impagabile charmeur, icona di una francesità preziosa antitetica a quella malevola tramandata abitualmente. E’ proprio il caso di “Il mistero Henri Pick” la cui sceneggiatura, coscritta dal regista Bezancon sulla base dell’omonimo bestseller di David Foenkinos (ed. italiana Mondadori), è quasi interamente ambientata sugli appartati, edenici e ventosi scenari balneari della cittadina e della penisola di Crozon appartenenti al dipartimento del Finistère (nomen omen) nel nord ovest della Bretagna: componente di non poco conto che, anzi, diventa il fulcro di un piccolo quanto gradevole giallo letterario in cui non si cerca l’assassino, bensì l’autore segreto di un bestseller. La produzione dell’esagono si dimostra, così, ancora una volta in grado di potere proporre numerosi film fuori standard, estrosi, intelligenti e soprattutto basati su trame avvincenti ed esenti da tormenti apocalittici e/o predicozzi moralistici. Mettevi dunque comodi in poltrona: dopo avere rovistato nella saletta della locale biblioteca riservata –spunto formidabile- ai manoscritti rifiutati, una giovane e graziosa editor annuncia al mondo di avere scoperto lo struggente romanzo postumo Les dernières heures d’un amourdel pizzaiolo Henri Pick passato a miglior vita da un biennio. Il successo è travolgente, le classifiche scalate: peccato che il celebre critico letterario e volto noto dei programmi televisivi culturali Rouche (Luchini) non creda affatto allo scoop e s’intesti a cercare a tutti i costi le prove di un presunto imbroglio. Le schermaglie tra l’altezzoso intellettuale parigino trasformatosi in una sorta di sornione doppione di Maigret e la sconcertata figlia Joséphine (la sensibile e credibile Cottin) del povero Pick che in vita non fu mai scoperto a leggere un libro o scrivere una riga sono il sale e pepe dell’abile mix tra dialoghi pungenti, scene madri sotto vuoto spinto e schizzi a margine di classici personaggi da commedia francese se non alla Balzac, quantomeno alla Chabrol. Giocando, appunto, con gli stereotipi della detective story, il regista riesce persino a fare intravedere un’armonia poetica tra le azioni e le decisioni di fatto superflue e destinate allo scacco dei protagonisti e i riflessi pietrosi, sfumati, grigioazzurri, vagamente malinconici degli inconfondibili paesaggi bretoni; mentre è più diretto lo scherno rivolto allo strano ma ricorrente paradosso che autorizza la maggior parte di noi a lasciarci cullare da fantasticherie chiaramente irrealizzabili nel momento stesso in cui giuriamo d’essere alla perenne ricerca di prosaiche verità e marmoree certezze.

Valerio Caprara

03 gennaio 2020

STORIA DI UN MATRIMONIO

Com’è possibile che una piccola storia d’amore trovato e poi perduto si sia rivelata un trionfo e, allo stesso tempo, uno dei migliori film dell’anno? Storia di un matrimonio non è solo il punto più alto della carriera dell’autore-regista Noah Baumbach (The Meyerowitz Stories, Il calamaro e la balena); è anche una vetrina straordinaria per le sue star, Adam Driver e Scarlett Johansson, che trasformano questa storia di divorzi e avvocati nel Kramer contro Kramer del 21esimo secolo.

Driver interpreta Charlie, acclamato regista Off-Broadway che non riesce a dirigersi fuori da una crisi. Joahnsson è Nicole, sua moglie da 10 anni e madre del figlio di 8 anni Henry (Azhy Robertson). Nicole non vuole più recitare negli spettacoli di Charlie, ma trasferirsi a Los Angeles per girare il pilot di una nuova serie tv. Il regista newyorkese snobba sia L.A. che la televisione, e Nicole decide di lasciarlo.

Nella sequenza d’apertura, una scena tanto spensierata quanto ingannevole, gli sposi leggono due liste – un classico della terapia matrimoniale – per spiegare cosa amano l’uno dell’altro. “È contagiosa, competitiva, una grande ballerina, una madre che ama giocare”, dice Charlie accompagnato da un montaggio di meraviglie coniugali. Poi arriva la parola con la i: Io. (“Sa quando ho bisogno di essere spronato e quando è meglio lasciarmi solo”). Anche la lista di Nicole contiene la parola “competitivo”, poi dice: “si veste bene, piange facilmente al cinema e ama fare il padre. È quasi fastidioso quanto gli piace… affronta tutti i miei sbalzi d’umore e non mi fa mai sentire in colpa”. Nelle liste non c’è spazio per l’infedeltà di Charlie e i risentimenti di Nicole.

Tutti e due sanno di doversi confrontare, ma non sanno come iniziare. E questo è il compito del film e di Baumbach – le cui capacità di sceneggiatore non si sono mai mostrate così brillanti e accorate –, che costringe Charlie, Nicole e tutto il pubblico ad affrontare un uragano emotivo che alterna esplosioni di risate a lacrime inaspettate. La decisione di separarsi tira fuori il peggio di entrambi. 

Driver, Johansson e Baumbach vi metteranno in ginocchio collezionando una serie di dure verità, raccontate attraverso un’empatia straziante che vi farà capire che cosa vuol dire davvero essere vivi: Storia di un matrimonio è quel tipo di film che si prende un pezzo di chi si ferma a osservarlo.