Il canto della foresta VO
di Vincent Munier — Francia, 2025, 95'
proiezione in francese con sottotitoli in italiano
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Un nonno, suo figlio e il figlio del figlio: Michel, Vincent (il regista) e Simon. Tre maschi di età diverse che condividono l'esperienza, più che consapevoli della sua rarità, di osservare da vicinissimo la natura. Rispettandola. Nelle foreste di conifere del dipartimento francese dei Vosgi, come a una base sicura dopo le loro esplorazioni, tornano in una baita di legno illuminata solo da candele. Tra i tre si compie la trasmissione della passione per animali e ambiente, in uno scambio continuo di saperi e curiosità. Un patrimonio di storie tramandate per via orale e di esperienze, rilevazione sul campo. Per Michel la scintilla è scattata, tanti anni prima, con l'avvistamento di un gallo cedrone, razza ormai scomparsa da quei territori.
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Il film viene proposto anche in versione doppiata in italiano, gli orari sono consultabili nella relativa scheda:
https://ilcinemadelcarbone.it/film/il-canto-della-foresta
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Non c’è bisogno di andare ai confini del mondo, in alto nelle vette più alte dove in pochi si azzardano ad avventurarsi, abitanti esclusi. Per l’avventuriero e documentarista Vincent Munier è stato il momento di una sorta di pausa, dopo la ricerca tanto agognata al centro de La pantera delle nevi, orientato a riflettere ed esplorare il suo territorio, quello in cui è nato e cresciuto, nei Monti Vosgi, a ovest della valle del Reno, dove la Francia si avvicina alla Germania. Se in qualche modo si avventura in un’altra ricerca, quella del gallo cedrone, radicato nella memoria della sua infanzia, e del padre, anche lui esploratore, Le Chant des Forêts ha più di ogni altra cosa un altro tipo di missione in mente, quella di avvicinare due generazioni radicate nei boschi e nella conoscenza appassionata della natura a una terza, da poco arrivata, quella del nipote/figlio di 12 anni.
In questo modo, questo affascinante viaggio porta avanti un’altra osservazione, il tempo trascorso pazientemente per mimetizzarsi con la neve o gli alberi e i cespugli serve per conquistarsi un piccolo spazio per consolidare un’ossessione sana e mai come oggi cruciale per il nostro futuro, quella per i silenzi e i piccoli rumori, le variazioni prima appena evidenti e poi colossali delle stagioni che si alternano in un contesto fra la montagna e una natura, se non incontaminata, quantomeno poco violentata dall’intervento umano. In questo risiede la carica di originalità e anche la sana emozione che rendono questo nuovo documentario un oggetto un po’ diverso da tanti che gli somigliano, con meravigliose immagini e i miracoli di una natura che si svela suo malgrado.
Accompagnato taltvolta da sacrosanti silenzi in presa diretta, in altri momenti da poco sensate musiche che ne appesantiscono la sua ricchezza onirica, Le Chant des Forêts rappresenta un nuovo tentativo, anche questo premiato da ottimi incassi e un premio César, per un autore come Munier che intende il suo ruolo come testimone di un universo la cui potenza tendiamo spesso a dimenticare, fatto di orsi e gufi, linci e galli cedroni, ogni tanto costretto a fare i conti con il rischio estinzione e gli sconvolgimenti dovuti al cambiamento climatico. Tanto che la famiglia Munier, nell’ultima parte del documentario, si avventura nell’estremo nord della Norvegia per rintracciare il gallo cedrone, simbolo di una memoria condivisa familiare da trasmettere
La qualità del viaggio di Munier, che si fa beffe della velocità urbana per rallentare fino alla contemplazione, assume la qualità di una riflessione con echi spirituali sul passaggio del tempo, sulla testimonianza come valore per unire le generazioni in un sapere condiviso con valenze per forza di cose non solo enciclopedico. Michel, Vincent e Simon si trovano in diverse fasi del grande viaggio che ognuno di noi è destinato a compiere in quell’universo magnifico e piuttosto indifferente al nostro passaggio. Ognuno di loro si appoggia sull’altro, come una giovane conifera affonda le proprie radici su un antenato secolare caduto al suolo, che anche morto continua a dare la vita.
Sta a noi, e in questo il cinema immerso nella natura ci aiuta, a renderlo il più possibile sinergico con quello che ci sta intorno, superando il rischio di una sempre più diffusa concentrazione ostinata e ombelicale sulla nostra specie. Un silenzioso grido di allarme che suona magari retorico, ma il cui valore ci viene dimostrato ogni giorno, guardandoci attorno, e prendendo atto degli inevitabili legami che ci uniscono al paesaggio che ci circonda. Lo ricorda alla fine del film Munier, che nei ringraziamenti inserisce "la foresta, il bosco, che è un bene comune a tutti gli esseri viventi".
Mauro Donzelli, Comingsoon



