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Morto Stalin, se ne fa un altro

di Armando Iannucci — Gran Bretagna, Francia,, 2017, 106'
con Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Rupert Friend, Steve Buscemi, Jason Isaacs

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Mosca, 1953. Il regime staliniano miete continuamente terrore nella vita quotidiana dei cittadini, con il rischio che chiunque venga dichiarato un elemento negativo e poi arrestato, esiliato o ucciso. La situazione cambia quando Stalin ha un malore fatale e si crea un vuoto di potere nel quale cercano di insinuarsi due persone in particolare: Lavrentiy Beria, capo dei servizi segreti sovietici, e Nikita Khrushchev, segretario generale del Partito Comunista. Nel loro duello strategico verranno coinvolti anche gli altri membri del Comitato Centrale e i figli del dittatore, nel tentativo di ristabilire l'ordine all'interno di un governo sempre più caotico.

Di colpo arriva nelle sale un film che ci ricorda cosa sia e come si faccia la satira politica. Morto Stalin se ne fa un altro è lo straniante titolo italiano che traduce il più sobrio Death Of Stalin (a sua volta ispirato dall’omonima graphic novel francese) e racconta proprio questo: le circa 72 ore intorno alla morte del grande leader sovietico, un po’ il prima e molto il dopo.

La ricostruzione è tra la fantasia e la realtà e ben presto è evidente che ciò che è inventato probabilmente è quel che sembra più vero, mentre alcune assurdità pazzesche sono del tipo che nessuno potrebbe davvero inventare a tavolino, di quelle che possono solo essere accadute. La nostra epoca di film tratti da storie vere (come The Wolf Of Wall Street, Argo o Trafficanti) ce l’ha insegnato del resto: la realtà dei fatti raggiunge vette di demenzialità che la finzione, con il suo dover essere “verosimile”, non si può permettere.

Morto Stalin se ne fa un altro flirta continuamente tra ciò che sappiamo della Russia sovietica e ciò che è inimmaginabile.

Il regime visto nelle stanze del potere, Stalin e il vertice del partito comunista da Kruscev a Malenkov, da Molotov a Lavrentij Berija, la sudditanza, il terrore delle purghe, l’ipocrisia di un ideale in cui nessuno crede, le cimici ovunque e la fobia di essere ascoltati, la lotta spietata per il potere, ma anche una strana forma di cameratismo da oligarchi.

È tutto esilarante in questa commedia nera, in cui ogni persona che rimane in vita sembra un miracolo.

Prima lo stile di vita di questi uomini di più di 60 anni, attaccati al potere e terrorizzati dalle delazioni, da quel che dicono in pubblico e dal sembrare cospiratori (Kruscev ogni notte che torna ubriaco a casa racconta alla moglie quel che è successo, a cosa Stalin ha riso e a cosa no, lei lo appunta e glielo rilegge al mattino quando lui non ricorda più nulla). Poi le dinamiche di conquista e mantenimento dell’autorità.

Difficilmente gli eventi possono essere stati esattamente quelli che racconta il film, molto probabilmente però il clima di instabilità, insicurezza e continua minaccia della vita personale a fronte di una vita per nulla agiata, anzi incredibilmente dimessa, era quello.

Per arrivare a questo livello di sofisticazione Morto Stalin se ne fa un altro attinge alla commedia classica viennese, lavora più che altro di dialoghi e recitazione come fossimo a teatro e solo in alcuni momenti si concede l’esplosione dell’umorismo di immagine, la possibilità di lavorare su ogni angolo dell’inquadratura, di far accadere cose nello sfondo che dialoghi con gli ignari protagonisti in primo piano per antitesi o concordanza, sempre e solo per affermare qualcosa tramite il paradosso e la risata.

Se siamo abituati a vedere il dramma affiancato alla commedia, Morto Stalin se ne fa un altro affianca ad essa la paura, essere spaventati da qualcosa di ridicolo ed esilarante.

Nel manipolo di navigatissimi attori di commedia spiccano Jeffrey Tambor con parrucchino nella parte dello scemissimo Malenkov, il successore designato, Steve Buscemi preoccupatissimo e ipercinetico Kruscev, l’ex Monty Python Michael Palin nei panni di Molotov e Jason Isaacs vanitoso capo di stato maggiore dell’armata rossa.

Interagiscono, battibeccano si minacciano e ridono intorno al cadavere di Stalin con una ferocia e una sagacia che portano a pensare che forse solo questo tono allucinante è quello che può raccontare davvero quell’epoca, quel modo di lottare e quella strana forma di quotidianità in cui la vita umana pare non contare nulla. Uno stato andato in malora in cui la popolazione non esiste e pare che i leader si scannino in un’isola deserta.

Esistono diversi resoconti, biografie e dettagliate riproposizioni di quale fosse la vita di queste persone, una documentazione che Morto Stalin se ne fa un altro ha evidentemente mangiato e digerito, ma che manca di rendere quel che questo film dell’umorista Armando Iannucci (nome italiano ma nazionalità inglese, già autore di Veep) invece espone alla perfezione: un clima surreale in cui tutti i valori e le linee guida che diamo per scontati (giustizia, etica, rispetto delle persone, onore e anche solo amicizia o senso del dovere) sono ampiamente traditi in un mutuo accordo e con una tale sfacciataggine da creare un mondo al contrario. Un ribaltamento che è così dato per scontato da essere esilarante.

Gabriele Niola, wired.it