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Possible love

di Lee Chang-dong — Corea del Sud, 2026, 164'
con Jeon Do-yeon, Sul Kyoung-gu, In-sung Jo, Yeo-jeong Jo
proiezione in coreano con sottotitoli in italiano

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Due coppie sposate, due mondi che si incontrano attraverso la macchina da presa: un lavoratore licenziato e sua moglie, una documentarista e suo marito. Mentre collaborano alla realizzazione di un film, le loro strade si intrecciano, rivelando differenze profonde e desideri inconfessati.

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Il film viene proposto anche in versione originale sottotitolata in italiano, gli orari sono consultabili nella relativa scheda:
https://ilcinemadelcarbone.it/film/possible-love-vo
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Ciascun ritorno sulle scene di un maestro come Lee Chang-dong è un'occasione speciale; anche stavolta dopo otto anni di attesa, gli stessi che nel 2018 separavano Burning da Poetry, e anche stavolta ne è assolutamente valsa la pena.

Premiato a Cannes e a Venezia, con trascorsi anche da ministro della cultura e da scrittore, il regista coreano mette in mostra la consueta lucidità di sguardo e una complessità intellettuale che ha pochi paragoni nel panorama del cinema contemporaneo.
La nuova opera è una storia a quattro, un gioco di specchi tra due coppie, ma non si tratta di un melodramma sentimentale come la premessa sembrerebbe suggerire. Rivela anzi un'anima profondamente politica e attenta alle dinamiche di classe (sempre cruciali nella società coreana, già magistralmente e sottilmente dipinte in Burning e al centro anche dell'ultimo film di un'altra grande firma come il connazionale Park Chan-wook in No other choice), incubando una lenta riflessione su una vicenda realmente accaduta in cui gli scioperi dei lavoratori di una fabbrica portarono a ripetuti scontri con le forze di polizia.
È un mondo in cui l'identità operaia penetra nel tessuto sociale, in cui la fratellanza con i colleghi è un legame sacro (e quando lo si vede svanire, nel momento più critico, il trauma è duraturo), e in cui chi ha la fortuna di non essere stato licenziato viene detto "vivo" mentre gli altri sono i "morti". Così si sente Ho-seok, che come un revenant invisibile segue un altro uomo la sera e lo osserva celebrare con la famiglia mentre lui è incapace di raggiungere la sua. Sul Kyung-gu (che ricordiamo urlare sui binari di fronte a un treno in corsa nell'inquadratura più iconica di Peppermint Candy) lo interpreta in modo straziante come un'uomo che affonda, con il piombo nelle vene, ma ancora capace di guardare e di guardarsi, fino alla possibilità di una catarsi finale.

Il rapporto con la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon, altra veterana del cinema di Lee che fu migliore attrice a Cannes per la vedova di Secret Sunshine) è straordinariamente tridimensionale, illuminato da pochi ed efficaci flashback, e indicativo di un amore non idealizzato ma sempre tangibile, o meglio "possibile" come da titolo: un rapporto che si costruisce pezzo per pezzo come quel tavolo in marmo in giardino, per resistere alle intemperie e ritrovarcisi a bere soju dal sapore dolce.
La frequentazione con una coppia tanto diversa come quella composta da Ye-ji e Sang-woo fa capire subito quanto sia vasto il golfo tra il possibile e l'impossibile. Se Parasite sul tema ci ha costruito un'allegoria roboante, l'abilità di Lee Chang-dong nel tratteggiare il privilegio con linee essenziali e al tempo stesso tragiche ha dell'incredibile; nell'interpretazione di Zo In-dsung e Cho Yeo-jeong si scorge tutto quell'agio distratto (eppure così intenzionale) che già infiammava il Ben di Steven Yeun in Burning, un rituale ipnotico per chi lo guarda e che difatti indirizzerà la fascinazione di Mi-ok prima per la sua nuova amica e poi per suo marito.
La dedica a Kieslowski e Piesiewicz per Decalogo 10 accenna al decimo comandamento e a quell'increscioso desiderio per la roba d'altri, ma la settima regia di Lee rifiuta le trattazioni lineari e va ben oltre. È un'opera densa che contiene moltitudini, girata con un controllo totale dell'inquadratura, che sa quando concedersi degli slanci misurati (una danza di avvicinamento in spiaggia, un sacchetto che vola dal finestrino, la linea degli operai "come una marea che si ritira") e che costruisce con pazienza i suoi motivi stilistici, perfino sul volto dalle smorfie ricorrenti del piccolo Choi Cheol. Il figlioletto è un taciturno osservatore, unico in grado di scardinare la simmetria impossibile dei quattro adulti. Come noi è testimone perfetto del cinema di Lee Chang-dong: pericoloso e affascinante, contemplativo e universale.

Tommaso Tocci, Mymovies

Leone d'argento - Gran Premio della Giuria e Premio FIPRESCI alla Mostra del Cinema di Venezia.