Suicide Club
di Sion Sono — Giappone, 2002, 100'
con Ryo Ishibashi, Masatoshi Nagase, Saya Hagiwara, Hideo Sako, Rolly, Kimiko Yo
proiezione in giapponese con sottotitoli in italiano
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2001. Tokyo è scossa da un evento inspiegabile: 54 studentesse si gettano contemporaneamente sotto un treno della metropolitana, tenendosi per mano. L’ispettore Kuroda e la sua squadra avviano un’indagine per individuare l’origine del fenomeno, ma ogni pista conduce a nuovi interrogativi: enigmatici indizi, telefonate anonime e una misteriosa piattaforma online che sembra registrare, o addirittura anticipare, gli eventi.
SUICIDE CLUB è un film ancora oggi difficile da contenere: parte dallo splatter, attraversa il thriller, devia nel musical pop e finisce per sabotare continuamente sé stesso. Un film che intercetta le inquietudini dell’inizio del millennio – internet, anonimato, perdita di identità – e le restituisce in forma caotica, disturbante e sorprendentemente lucida.
Il film che fece conoscere Sion Sono al pubblico internazionale è ancora oggi un febbricitante sprofondare nella malinconia più rarefatta che, quasi senza avvertire, scompone il racconto portandolo scena dopo scena verso l’astrazione più puntuale e, al contempo, senza negare quanto già raccontato: il suo scomporre crea, di nascosto, una nuova chiave dove non è il mistero la Stella Polare ma il calarsi nella propria umanità – bislacca, insicura, negata.
Di tutte le coreografie, i balletti, le canzoncine, i geyser rossi, il galoppante kitsch e le scene oniriche rimane lo smarrimento, personale, cucito addosso, perpetuo, di esistenza vuota.
Ma il cinema di Sion Sono è questo: affondare, graffio dopo graffio, nei menadri più torbidi dell’orrore e della perversione, per poi ritrovarsi rinati, sorridenti. Tramortiti ma pronti – come quasi con nessun altro regista – per sorridere al futuro, futuro che riesce a brillare per il semplice fatto di esistere.
Primo capitolo di una trilogia incompiuta, SUICIDE CLUB è il punto di detonazione della cinematografia di Sion Sono. La scena iniziale, uno sterminio collettivo accompagnato da una musica J-pop stranamente gioiosa, resta tra le più disturbanti e memorabili degli anni Duemila. Da lì si innesca una serie di suicidi inspiegabili in tutto il Giappone.
Vent’anni prima dei social come li conosciamo oggi, il film intercetta la viralità come forma di contagio: immerso nello spirito di gruppo, l’individuo si dissolve, risucchiato da una temporalità alienante. Non è un horror. È una satira corrosiva.
“Sion Sono amalgama la retorica del Suicide Club con la materia, con la carne viva realizzando una pellicola fatta di brandelli sparsi, tenuti e cuciti assieme ma senza soluzione di continuità, senza che possano testimoniare qualcosa in più oltre se stessi (l’immagine stessa dei rotoli di pelle umana ritrovati sui luoghi dei suicidi contribuisce in maniera evocativa a questa lettura). Pelle come pellicola.”
Martina Bartalini, Spietati



