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Burning - L'Amore Brucia

di Chang-dong Lee — Corea del Sud, 2018, 148'
con Yoo Ah-In, Steven Yeun, Jong-seo Jun, Joong-ok Lee, Soo-Kyung Kim, Seungho Choi

guarda il trailer

Jongsu, un giovane fattorino con aspirazioni letterarie, incontra Haemi facendo una consegna. I due iniziano a frequentarsi e la ragazza, prima di affrontare un viaggio in Africa, gli chiede di occuparsi del suo gatto. Jongsu accetta, ma quando Haemi ritorna non è più da sola: ha conosciuto Ben, tanto ricco quanto misterioso, e ora sta per conoscerlo anche lui. Niente sarà più come prima…

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Il film viene proposto anche in versione originale sottotitolata in italiano, gli orari sono consultabili nella relativa scheda:
https://ilcinemadelcarbone.it/film/burning-vo

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“Per me il mondo è un mistero”, dice a un certo punto Jong-soo, il protagonista del film che Lee Chang-dong ha tratto da un racconto di Haruki Murakami, e che ha espanso fino ad arrivare a due ore e mezza di una durata che non è eccessiva, perché dentro Burning ci finisci con tutte le scarpe, e rimani lì incollato a quella storia torbida e oscura, girata in maniera così magnifica.
Jong-soo è un ragazzo spiantato, ha origini umili, sogna di fare lo scrittore ma sbarca il lunario con vari lavoretti, prima di dover tornare a occuparsi della fattoria di famiglia. E, in effetti, è per lui un mistero perché la bella Haemi, che abitava nello stesso suo villaggio di campagna, quando lo incontra a Seoul, lo corteggia e lo seduce prima di partire per il Kenya. Un mistero perché, al suo ritorno, Haemi sembra averlo rimpiazzato, ma forse no, con Ben, sorta di maschio alpha che vive in una casa lussuosa di Gangnam, guida una Porsche e ascolta jazz mentre cucina italiano per i suoi amici, quando non frequenta locali alla moda. Lo stesso Ben è, come lo definisce Jong-soo, una sorta di Gatsby, “uno di quei ricchi misteriosi che non sai mai bene cosa facciano”; anche se quello che si sa, che Ben stesso racconta a un certo punto a Jong-soo, è che lui come hobby dà fuoco a serre abbandonate una volta ogni due mesi.
Un mistero è anche la scomparsa improvvisa di Haemi, e un mistero è forse il ruolo che Ben può aver avuto, o non aver avuto, in questa scomparsa, per la quale Jong-soo, innamorato di lei, non si dà pace.

Non sta nella trama gialla legata alla scomparsa della ragazza, il senso del film di Lee Chang-dong, pur rappresentando un tassello importante, anzi fondamentale. Che sia stato o meno Ben a farla sparire, però, è tutto sommato irrilevante, e il regista non scioglie esplicitamente questo enigma, lasciando che chi guarda si faccia la sua opinione.
Certo, parla di quello Burning, ma parla anche e soprattutto di solitudine (quelle serre abbandonate, metafora di tutt’altro), rapporti di classe e di potere,  di quel potere che arriva col denaro, perché col denaro una sicurezza un senso di superiorità che schiaccia gli altri.
Prima di essere triangolo amoroso - ma lo è poi veramente? -, quello formato dai tre protagonisti della storia rappresenta una complessa geometria variabile dove è psicologia a farla la padrona, e non il sentimento. Ben il piacere, Jong-soo il dovere, Haemi sospesa nel mezzo.
È evidente come Ben giochi con gli altri due, manovrando lei a piacimento, usandola come una sorta di scimmietta ammaestrata nel corso delle cene con i suoi amici ricchi, e implicitamente ricordando di continuo a lui la sua superiorità economica e di classe, facendo leva sulle sue insicurezze, mettendolo così sotto scacco.

Eppure è proprio Jong-soo il pezzo più importante del puzzle di Burning, nonché quello che metterà una fine definitiva alla storia e questo rapporto.
Jong-soo col suo passato complesso - un padre irascibile e violento che è sotto processo, un madre che è fuggita quando era bambino e torna ad apparire, misteriosamente - e il suo vedere tutto e tutti come un enigma, col suo non sapere mai se una cosa (il gatto di Haemi, un ricordo, un’affermazione di Ben) sia reale o meno, se dietro l’apparenza di ciò che vede, o non vede, o ascolta, o pensa, ci sia dell’altro.
Il trucco per una buona pantomima non è pensare che qualcosa sia davvero nelle nostre mani, o davanti a noi, ma smettere di pensare che non ci sia: questo spiega Haemi a Jong-soo in uno dei primi loro dialoghi.

Burning, allora, è un film di cose, persone e di ombre, soprattutto di ombre.
Di confini, di incertezze, di ossessioni e perversioni che rimangono sempre sfumate, ma che sei costretto ad affrontare.
Ombre, in controluce magari, come Haemi che balla in topless davanti al tramonto e ai suoi due uomini sulle note di Miles Davis (Ascensore per il patibolo) in una delle scene più belle, e chiave, del film di un regista che dimostra un controllo sulle immagini e sul racconto spaventosi, in grado di restituire il minimalismo di Murakami (ma anche la crudezza ruvida di Faulkner) a dispetto della quantità di temi e dalla durata così importante.
Di un film dove il cuore di tutto non è solo il mistero di una sparizione, o del mondo, ma quello dell’amore, e della vita. Di una vita fatta di incertezze che, prima o poi, sono destinate a tramutarsi in rabbia, o in violenza.

Federico Gironi, Comingsoon.it