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Il gioco delle coppie

di Olivier Assayas — Francia, 2018, 100'
con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret

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Alain, editore di successo, e Leonard, suo autore storico, faticano a comprendere il mondo dell’editoria contemporanea, fatta di e-book e social media. Quando si incontrano per discutere del nuovo manoscritto di Leonard – l’ennesimo romanzo autobiografico incentrato sulla sua storia d’amore con una celebrità minore – Alain rifiuta di pubblicarlo. La moglie di Alain, Selena, non è d’accordo: è convinta che il libro sia un capolavoro. Ma il suo giudizio potrebbe essere di parte, dato che è l’amante di Leonard. Leonard intanto sta con Valerie, che sul libro dà ragione ad Alain, il quale nel frattempo cerca di riformare la sua casa editrice confrontandosi con una consulente esperta di e-book. Che è anche la sua amante.

Non-Fiction o Doubles vies? Il sublime scarto tra il titolo internazionale e il titolo originale del nuovo film di Olivier Assayas – quello italiano, Il gioco delle coppie, è tutt’altra dimensione… – illumina ancora una volta la miracolosa capacità del regista francese di fondere i più urgenti quesiti teorici del XXI secolo agli atemporali sentimenti umani che li trascendono. Da dove cominciare? Dai suoi cinque personaggi in cerca di autore: Alain (Guillaume Canet) dirige una prestigiosa casa editrice parigina ed è l’editore di Léonard (Vincent Macaigne), uno scrittore che non riesce ad adattare la non-fiction della sua letteratura ai tempi di post-verità prefabbricate che ossessionano la compagna Valérie (Nora Hamzawi), assistente di un famoso politico in piena campagna elettorale. Personaggi che hanno tutti una doppia vita: Léonard ha una relazione con Selena (Juliette Binoche), attrice e moglie di Alain che a sua volta ha una relazione con Laure (Christa Theret), giovane imprenditrice nel campo dei nuovi media. Questa ricca e sofisticata borghesia parigina è ossessionata dalla rimediazione dei prodotti culturali novecenteschi dai supporti analogici alle nuove interfacce digitali: argomento principe di lunghe riunioni, meeting, cene, chiacchierate prima di dormire e persino di incontri amorosi. Insomma, che valore ha l’arte nell’era della riproducibilità/programmabilità digitale? È possibile pensare con leggerezza che uno stesso romanzo possa essere scaricato e letto su un computer, su un tablet, addirittura in uno smartphone! E questa smaterializzazione dell’esperienza muta il contenuto dell’opera o l’atteggiamento dello scrittore? Un dato è certo: l’editoria è in crisi per il cartaceo, non sfonda tra gli e-book, forse va meglio negli audiolibri, ma è pur sempre orientata da algoritmi che disintermediano il mercato e ci incasellano in profili da “vendere” al miglior acquirente. Come dice Laure: “il software è il l’unico reale contemporaneo”.

Stop ai ragionamenti. Che cosa resta immutato? Il cinema, chiaramente, resta l’orizzonte privilegiato di riflessione per il sesto personaggio in cerca d’autore, lo stesso regista, che mette fuori campo i display-fantasma di Personal Shopper e gli schermi-estatici di Sils Maria mantenendo una granitica coerenza autoriale persino in questa parlatissima e (auto)ironica commedia degli equivoci. Ecco che Il gioco delle coppie potrebbe essere la matrice intima di ogni suo film girato da Demonlover in poi: un film-saggio che ragiona esplicitamente sulla sempre più perturbante circolazione delle informazioni (Boarding Gate) e sulla galoppante perdita di valore referenziale delle immagini (L’heure d’été). Non a caso Assayas sceglie proprio il 16mm come supporto – la resa della pellicola, la grana e i “debiti” che manifestano le inquadrature configurano esteticamente il fiume di parole che riflette sul salto di paradigma digitale che stiamo vivendo. L’ideale remake contemporaneo di Fin août, début septembre? Anche lì un gruppo di personaggi dalle relazioni incrociate, anche lì uno scrittore in crisi, anche lì il passaggio generazionale che segna profondi scarti di vita. Ma se nel 1998 erano i destini sentimentali a reclamare indiscutibilmente il primo piano, esattamente vent’anni dopo (con la solita lucidità) Assayas orchestra un dispositivo narrativo e formale che deve pazientemente pedinare quegli stessi sentimenti negli abissi social(i) che ci ossessionano: “i tweet sono gli haiku della nostra epoca“.

Ed è qui che viene in soccorso il padre cinematografico più volte riconosciuto (e citato apertamente): in Luci d’inverno di Ingmar Bergman un prete che ha perso la fede predica in una chiesa vuota. Una metafora quanto mai attuale per i cinque protagonisti. Ma il vero problema, dice Alain/Assayas a Laure, non è certo la chiesa vuota (l’editoria come il cinema troverà sempre nuovi modi di sopravvivere) né tantomeno il prete (che come l’autore ha ancora il compito di porsi domande, giuste o sbagliate che siano). Il vero problema da porre riguarda allora il medium che unisce queste due dimensioni: la credenza. Insomma, noi ci crediamo ancora? Al di là dell’analogico o del digitale, della carta o degli e-book, della pellicola o dei pixel, dei matrimoni o delle doppie vite… noi crediamo ancora a uno sguardo che possa unire una persona che parla, scrive, filma, canta (o ama) con un’altra persona che ascolta, legge, guarda, sente (o ama)? Perché se quella credenza riuscirà in qualche modo a sopravvivere, allora “le cose che meritano di essere dette” troveranno ancora i giusti modi o i giusti supporti per esprimersi. Questo è reale.

Pietro Masciullo, Sentieri Selvaggi