Il grande Boccia
di Karen Di Porto — Italia, 2025, 83'
con Ricky Memphis, Denise Tantucci, Liliana Fiorelli, Nico Di Renzo
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Roma, 1964. Tanio Boccia, regista di film di genere realizzati con pochi soldi, molta fretta e una fantasia sempre costretta a misurarsi con i debiti, è convinto che sia arrivato il momento della svolta. Mentre il cinema italiano vive ancora una stagione di grande vitalità, tra Cinecittà, produttori avventurosi e set improvvisati, Boccia tenta l’impresa più folle della sua carriera, mettendo in cantiere quattro film contemporaneamente, tutti legati all’immaginario del peplum e dell’avventura, tra zar, deserti, predoni, eroi muscolari e scenari impossibili da ricostruire davvero. Intorno a lui si muove un piccolo universo di collaboratori, creditori, attori, tecnici, illusionisti della sopravvivenza cinematografica. Ogni giornata diventa una trattativa, ogni scena un compromesso, ogni difficoltà una trovata da trasformare in soluzione. Mentre Boccia cerca di tenere in piedi il proprio sogno colossale, il cinema di genere sta cambiando pelle. L’arrivo di Per un pugno di dollariannuncia una rivoluzione destinata a travolgere il vecchio peplum e a chiudere, per lui, un’epoca intera. Da quella fine annunciata nasce il ritratto di un uomo ostinato, teneramente sproporzionato e commovente, capace di credere nel cinema proprio quando quel mondo sembra non avere più posto per lui.
La grandezza di Boccia, se di grandezza si può parlare, non sta nella qualità dei film realizzati, né in una presunta rivalutazione estetica da compiere a posteriori. Sta nella sua fedeltà quasi insensata al fare. Boccia gira, promette, inventa, rinvia, contratta, fugge dai creditori, cerca finanziatori, si aggrappa ai titoli, alle trame, ai corpi degli attori, alla possibilità che un’altra giornata di set possa ancora salvare tutto. È un cinema del tempo strappato, della telefonata fatta in extremis, della bugia inventata per tenere ancora aperto il set. Di Porto ne coglie il lato comico insieme alla malinconia profonda, lasciando intravedere dietro ogni trucco produttivo la paura che il gioco finisca, che le luci si spengano, che nessuno voglia più credere a quei mondi costruiti con così poco. Per questo Il grande Boccia trova la sua ragione più profonda nel commiato al cinema di genere italiano. [...] Boccia è lontanissimo da Fellini, e il film lo sa benissimo; tra le macchine colossali dei maestri e quelle arrangiate dei mestieranti corre tuttavia una stessa corrente sotterranea, fatta di studio, fatica, illusione, rischio, desiderio di convocare un mondo davanti alla macchina da presa.
Il titolo, allora, perde la sua apparenza soltanto ironica e diventa il nome affettuoso di una grandezza storta e testarda, costruita da chi dispone di pochissimo e continua a comportarsi come se il cinema potesse ancora obbedire al desiderio. Karen Di Porto firma un omaggio irregolare e vivo a un uomo rimasto ai bordi con la tenacia di un protagonista, e attraverso di lui saluta una stagione in cui il cinema italiano poteva essere monumentale e rabberciato, sublime e cialtrone, industriale e avventuroso nello stesso respiro. Dentro quella confusione, quella polvere, quella devozione temeraria al set, resta qualcosa che oggi appare persino più prezioso della riuscita, l’intuizione che un film, prima ancora di essere bello, abbia bisogno di qualcuno disposto a rischiare qualcosa di sé pur di farlo nascere.
Francesco Puma, Quinlan
Biglietto unico: 3,50 euro con cinema revolution



