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Il nascondiglio

di Lionel Baier — Francia, Svizzera, Lussemburgo, 2025, 90'
con Dominique Reymond, Michel Blanc, William Lebghil, Aurélien Gabrielli, Liliane Rovère

Ambientato durante il maggio del ’68 a Parigi, il film segue la vicenda di Christophe, un bambino di nove anni lasciato in custodia dai genitori impegnati nelle proteste studentesche. Christophe trascorre i giorni cruciali delle rivolte nel caratteristico appartamento di famiglia in Rue de Grenelle, insieme ai nonni, due zii (un artista e un intellettuale), e all’arzilla bisnonna di origini ucraine. Il film racconta la quotidianità di questo strambo nucleo familiare, che fa della casa un vero e proprio nido, e di uno stile di vita bohemienne e anticonformista (in contrapposizione a quello profondamente borghese e parigino del vicinato) un elemento di appartenenza e di identità.

Il film Il nascondiglio, diretto dal regista svizzero Lionel Baier, porta sullo schermo il primo romanzo autobiografico di Christophe Boltanski, dove la vita vera si intreccia con la finzione narrativa per comporre un ritratto familiare multigenerazionale, stratificato e profondamente politico. Larisa Faber, Aurélien Gabrielli, Michel Blanc, Adrien Barazzone, William Lebghil, Dominique Reymond, Ethan ChimientiIl nascondiglio (2025) Larisa Faber, Aurélien Gabrielli, Michel Blanc, Adrien Barazzone, William Lebghil, Dominique Reymond, Ethan Chimienti Un bambino tra le ombre della storia

La storia del film Il nascondiglio si apre alla fine degli anni Sessanta e si sviluppa attorno alla figura di un bambino, Christophe, testimone silenzioso e curioso degli eventi che animano la sua famiglia durante le convulse settimane del maggio ‘68.

Mentre i suoi genitori partecipano alle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam e per l’indipendenza algerina, Christophe viene spesso affidato ai nonni nella grande casa familiare. È in quell’appartamento, microcosmo dell’intera genealogia Boltanski, che il bambino comincia a percepire che qualcosa è celato: un segreto taciuto, un passato non detto, una presenza invisibile ma costante.

Il fulcro narrativo si cristallizza attorno alla figura del nonno Étienne, un medico ebreo russo convertito al cattolicesimo, che durante l’occupazione nazista si nascose letteralmente sotto il pavimento del bagno per sfuggire alla deportazione. Il rifugio reale diventa metafora di tutte le “cache”, i nascondigli fisici ed emotivi, che abitano la storia della famiglia.

Nel cuore del film Il nascondiglio si muove una costellazione familiare densa di contraddizioni, di storia e di umanità. Al centro troviamo la nonna, interpretata da Dominique Reymond, figura imponente e al tempo stesso dolce, vera colonna portante della famiglia. Sociologa, scrittrice e militante comunista, prepara piatti ashkenaziti come gesto di trasmissione culturale e tiene insieme i frammenti identitari della casa con autorevolezza silenziosa.

Accanto a lei c’è il marito, il nonno con il volto di Michel Blanc, un medico ebreo convertito al cattolicesimo, che durante l’occupazione nazista si nascose sotto il pavimento della sala da bagno per sfuggire alla deportazione. La sua presenza è quieta, ma decisiva: incarna il trauma non detto, la sopravvivenza silenziosa che segna ogni gesto.

Luc (Adrien Barazzone), il padre di Christophe, è un giovane intellettuale immerso nella lotta politica. Sociologo destinato a diventare una figura chiave del pensiero critico francese, è animato da un senso profondo di giustizia. Suo fratello Christian (Aurélien Gabrielli), il futuro artista plastico, è invece un adolescente inquieto e marginale, il cui primo contatto col mondo dell’arte avviene proprio nel maggio del ‘68, con una mostra inaugurata nel giorno in cui tutto il paese era bloccato dalle manifestazioni.

Completa il quadro lo zio Jean-Élie (William Lebghil), appassionato di linguistica e di cinema, figura affettuosa e intellettualmente brillante, che condivide con Christian un legame profondo, quasi simbiotico. E poi c’è la bisnonna Niania, impersonata da Liliane Rovère, che arriva dalla Russia zarista con un’identità multipla e mutevole: è una sopravvissuta, una matriarca dai mille nomi e dai mille racconti, reali o inventati.

Al centro, silenzioso ma sempre presente, c’è Christophe bambino. Lo interpreta Ethan Chimienti, alla sua prima esperienza cinematografica, che osserva il mondo adulto con una curiosità assorta e una sensibilità che disegna i contorni della memoria futura. Il suo sguardo è il vero motore del film: non giudica, non comprende fino in fondo, ma registra, immagazzina, sente.

I personaggi, così fortemente radicati nella realtà, diventano sullo schermo figure emblematiche: ognuna di loro rappresenta una sfaccettatura della memoria storica e personale, un nodo tra passato e presente, tra ciò che si dice e ciò che si nasconde.

 William Lebghil

Il nascondiglio (2025) William Lebghil Memoria, identità, trasmissione

Il nascondiglio è un film sulla memoria, individuale e collettiva, sull’identità che si costruisce tra verità storica e finzione necessaria. Lionel Baier si appropria del testo di Boltanski e ne fa un’opera cinematografica personale, mescolando alla genealogia familiare francese la propria, svizzera e mitteleuropea, altrettanto segnata da lacune e silenzi.

Il film interroga l’eredità della Shoah senza mai mostrarla frontalmente. Baier evita deliberatamente la messa in scena della Storia con la “S” maiuscola (nessun cappotto nazista in scena, nessuna ricostruzione da film epico), per concentrarsi sulle sue conseguenze quotidiane: la paura, l’adattamento, le omissioni. È una Shoah che permane, che plasma i discorsi, che si insinua nella vita come una nota dissonante, ineludibile anche quando taciuta.

La casa diventa così lo spazio simbolico del passato e della trasmissione, dove oggetti, libri, fotografie e dialoghi accumulano e restituiscono strati di significato. Ogni stanza è un ricettacolo di memoria, ogni crepa del muro una faglia aperta nella coscienza storica.

L’universo visivo del film Il nascondiglio nasce in studio, non nel vero appartamento dei Boltanski. Baier, insieme alla scenografa Véronique Sacrez, ricostruisce uno spazio domestico ricco e stratificato, ispirato tanto agli interni parigini quanto ai dipinti di Félix Vallotton, agli uffici della Beauvoir quanto agli album di Gaston Lagaffe. La scenografia è dichiaratamente artificiale, ma proprio per questo potentemente evocativa: un realismo poetico, che fa sentire il peso del vissuto senza bisogno di documentarlo con pedanteria.

L’intera messa in scena gioca con la tensione tra rigore intellettuale e umorismo. Come spiega lo stesso Baier, il tono è quello della commedia perché “solo ciò che ci spaventa davvero merita di essere riso”. Ed è in questo tono dolceamaro che il film trova il suo equilibrio: la comicità non dissolve il dolore, ma lo rende condivisibile.

  Dominique Reymond, Ethan Chimienti

Il nascondiglio (2025) Dominique Reymond, Ethan Chimienti Tra pubblico e privato: la storia nella storia

In un gioco sottile di specchi, il film Il nascondiglio si chiede anche cosa significhi raccontare la propria famiglia: quanto si può dire? Quanto si deve inventare? Quanto si può nascondere?

Nelle parole del regista, la genealogia è un atto di selezione narrativa: si conserva ciò che serve alla costruzione di sé e si lascia nell’ombra ciò che non si riesce ad affrontare. Il nascondiglio è perciò anche un film sul bisogno di raccontarsi, e sul bisogno che ogni narrazione ha di un “filtro”, di una struttura, di un’invenzione.

Il nascondiglio non è solo il racconto di una famiglia ebrea francese del Novecento. È una riflessione profonda sulla possibilità di sopravvivere al trauma, sulla necessità di reinventarsi per trasmettere qualcosa, e sull’ambivalenza del ricordo. In bilico tra ricostruzione storica e finzione affettiva, tra gravità politica e leggerezza burlesca, il film si fa portatore di una memoria viva, in trasformazione, mai pacificata.

In fondo, come dice Lionel Baier, si può e si deve passare “a un’altra scena per dire la stessa cosa”. E, nel farlo, il cinema e la famiglia trovano forse il loro senso più profondo.

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