La scomparsa di Josef Mengele VO
di Kirill Serebrennikov — Germania, Francia, Messico, Gran Bretagna, 2025, 135'
con August Diehl, Burghart Klaußner, Maximilian Meyer-Bretschneider, Carlos Kaspar
proiezione in tedesco, portoghese, spagnolo, ungherese con sottotitoli in italiano
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Josef Mengele, grazie a una rete di protezione, riesce a raggiungere l'America Latina passando dall'Argentina all'Uruguay e al Brasile. Mentre altri responsabili della Shoah vengono catturati (il caso più clamoroso è quello di Adolf Eichmann sequestrato dal Mossa israeliano in territorio argentino) lui riesce a nascondersi. Il figlio Rolf riesce però a raggiungerlo con il proposito di chiedergli conto di ciò che ha fatto.
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Il film viene proposto anche in versione doppiata in italiano, gli orari sono consultabili nella relativa scheda:
https://ilcinemadelcarbone.it/film/la-scomparsa-di-josef-mengele
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Serebrennikov compone un biopic che è solo in apparenza una biografia. Il Mengele del suo film, come suggerisce il titolo stesso, è un fantasma: un’apparizione sinistra e inquietante la cui ingombrante figura riverbera sul presente. Ascoltare i suoi discorsi deliranti sul collettivismo, sulla tradizione nazionalista della Germania, sul valore patriarcale della famiglia – oltre alle sue posizioni apertamente razziste, misogine e al disprezzo di classe che ostenta – assume quasi un tono anacronistico: riferito all’oggi. A un mondo cioè in cui la memoria nazista è diventata quasi una maniera e in cui certi aspetti dell’ideologia nazionalsocialista vengono perfino riabilitati (le critiche alla messa al bando di AfD in Germania hanno il sapore del più aberrante revisionismo), mentre nazionalismi e populismi avanzano ovunque (il riferimento alla Russia putiniana, per il regista, sembra tutt’altro che casuale).
E la “scomparsa” di Mengele, in questo senso, assume le sembianze di una dissoluzione solo sul piano materiale, mentre sul piano simbolico è una sorta di fossilizzazione. Un tema esplicitato fin dall’incipit del film, quando vediamo alcuni studenti di medicina dell’Università di San Paolo del Brasile, che oggi, durante una lezione di anatomia, studiano lo scheletro umano utilizzando proprio le ossa di Mengele. Una didascalia finale ci informa che i resti del medico nazista furono ritrovati anni dopo la sua morte e identificati grazie ad analisi forensi e al test del DNA. Come se la dissoluzione del corpo lasciasse comunque una traccia tangibile: le ossa, la presenza ridotta a materia, che però continua a funzionare come un dispositivo della memoria – per chi vuole (o deve) fare i conti con quel fardello, e per chi invece vorrebbe rimuoverlo ma non può. Ed è proprio per questo che quelle ossa, oggi sono realmente a disposizione degli studenti di medicina.
Pur nell’eccessiva sovrabbondanza estetica che mette in campo e nell’utilizzo di una forma che, per certi versi, può risultare irricevibile – la sequenza ambientata dentro Auschwitz, l’unica a colori e costruita come un filmino amatoriale in 8mm è controversa, ambigua, disturbante e difficile da assimilare se non si accetta lo stile fuori dagli schemi del regista russo – Serebrennikov resta un autore capace di momenti di cinema straordinari. Come dimostrano la festa di matrimonio con Martha girata in piano sequenza o il ritorno del protagonista in Baviera, dove incontra il severissimo padre e i fratelli. Ma soprattutto un autore che sa riflettere con lucidità sulla memoria, intesa in senso politico, calata dentro il presente frastagliato e contraddittorio che viviamo. Ed è proprio per questo che, al netto delle sue derive stilistiche, quello di Serebrennikov è uno sguardo che non bisogna smettere di interrogare.
Lorenzo Rossi, Cineforum



