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01
marzo
16:15 20:45

Tienimi presente

di Alberto Palmiero — Italia , 2025, 80'
con Alberto Palmiero, Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes, Elena Fattore, Carlo Maria Palmiero

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Alberto, giovane regista disilluso, è convinto che il cinema non abbia più nulla da offrirgli. Ma è proprio rinunciando al suo sogno che ne scopre il senso più profondo. Dopo anni vissuti a Roma nella speranza di fare un film — tra progetti incerti e produttori perennemente in fuga — Alberto, ormai vicino ai trent’anni, decide di fare marcia indietro e tornare nella sua città natale. La vita da aspirante artista si è rivelata più solitaria del previsto, e la provincia, con i suoi ritmi lenti e volti familiari, sembra offrirgli un rifugio inaspettato. Tra vecchi amici, nuove conoscenze e qualche momento di pace, Alberto ritrova una tranquillità che aveva perduto. Ma basta poco perché riaffiorino i dubbi, i desideri messi da parte e quella domanda che non smette mai di tormentarlo: cosa fare davvero della propria vita? Il bivio è chiaro: restare, ricominciare o trasformare questo frammento di vita in racconto.

In Tienimi presente Alberto Palmiero, è ovvio, racconta la sua storia. La sua crisi, la sua impasse. Lo fa con un film che ne è stato il brillante superamento, girato con pochissimi mezzi, pochissime persone, facendo recitare amici e parenti. Pure i produttori, visto che Gianluca Arcopinto appare nei panni di sé stesso, come peraltro fanno i colleghi Bellocchio e Capuano.
Autofiction, certo, ma che funziona. Ombelicale? Sicuramente, ma con autoironia da riuscire a scovare, lì dentro la questione così personale, qualcosa che fa il giro e diventa universale. Perché piccole o grandi, lavorative o meno, crisi come quelle di Alberto le abbiamo in qualche modo avute tutti, e come lui le abbiamo risolte quando abbiamo trovato - in noi, in qualcosa, in qualcuno - il coraggio di smetterla di stare con le mani in mano e fare qualcosa. Provare qualcosa. Senza paure, quelle che - davvero - avevano allontanato Palmiero da Roma e dalle sue aspirazioni.
“E che me ne fotte che tu non sei bravo?”, dice a Alberto a un altro amico, con cui aveva studiato informatica, e al quale si era rivolto per trovare un lavoro in quel settore. Amico rifiuta categoricamente, perché per lui la strada di Alberto è un altra, nonostante i suoi dubbi: “Non è importante se sei bravo, l’importante è che ti fa sentire vivo, che ti fa stare bene”.

 

Che poi, inutile dirlo, Alberto Palmiero è bravo davvero.
Forse lo sa, forse se lo dimentica, forse quella timidezza e quella malinconia che mette sullo schermo (una malinconia che non se ne guardando un film e fumando una canna, come per un altro amico ancora, più superficiale di Alberto) sono reali, e non solo affettazioni cinematografiche che non possono non aver risentito dell’influenza, conscia o meno, di Massimo Troisi. Di quella di Moretti, poi, non ne parliamo: ma declinata in minore, senza la sicurezza e la spavalderia. Moretti e Troisi, come già nell’esordio di Filippo Barbagallo, che rispetto a Palmiero ha pedigree cinematografico ma sensibilità evidentemente affine.

La malinconia di Palmiero funziona, funziona il suo disincanto, funziona la sua timidezza. Funziona lo sguardo sornione e ironico che ha come prima cosa su sé stesso, e poi sul resto del mondo, cinema compreso, come funziona il suo sguardo dietro la macchina da presa, anche. E, in un film costruito su di sé, tutto attorno a sé, ha la dote oggigiorno rara di far stare bene, e non far trasparire nemmeno un’anticchia di ego e di prosopopea. Bravo.

Federico Gironi, Comingsoon

Miglior Opera Prima al Festival del Cinema di Roma 2025.