11 giugno 2024

L’IMPERO: Bruno Dumont alle prese con una tragicomica guerra extraterrestre

Cinema d’autore e sberleffo fantascientifico, commedia surreale e apologo ridicolo sulla lotta tra il bene  e il male incarnati nell’animo umano. Premio della Giuria all’ultima Berlinale, L’impero, il nuovo film di Bruno Dumont è un originale parodia del cinema degli effetti speciali condita dalle consuete provocazioni stilistiche del regista di L’età inquieta e L’umanità.  Nella Francia settentrionale, sulla Costa D’Opale, in un tranquillo e pittoresco villaggio di pescatori nasce un bambino speciale che scatena una guerra segreta fra forze extraterrestri per la conquista della Terra. Coi demoni delle forze Zero (guidati da un istrionico Fabrice Luchini nei panni di Belzebù) che si preparano segretamente all’invasione sotto le spoglie degli abitanti del villaggio e gli Uno (Camille Cottin è la Regina dell’Impero del Bene), all’opera per produrre un’evoluzione alternativa e benefica e uccidere il Margat (il bimbo appena nato sotto mentite spoglie e futuro principe imperiale e procreatore della razza Zero) prima della pubertà.  Con le rispettive legioni speciali che cercano di convincere l’umanità ad appoggiare la loro causa mentre sentimenti e istinti combattono una guerra senza fine. Tragicomico ed erotico (molte le scene di sesso), roboante, rocambolesco e sorprendente, L’impero mette alla berlina supereroi e dittatori mettendo a confronto due generi (odissea nello spazio e cronaca naturalistica) in un curioso mix di estetiche agli antipodi.  Tra decapitazioni e sentinelle esiliate, nulla supremo in arrivo, spade laser e due increduli e ridicoli poliziotti della Gendarmerie  che di fronte all’imminente finimondo pensano all’Isis, il film di Dumont si allontana dagli stereotipi spaziali reinventando l’architettura del genere.  E così tra il paesaggio tipico della regione di Pas de Calas (mare, foreste, cavalli del luogo e un bunker della seconda guerra mondiale in un campo di grano) ecco l’invenzione di nuove forme visive con la Sainte Chapelle che diventa la sala di comando di una delle astronavi.  Una sorta di Mars Attacks! transalpino che dimostra come alla fine anche la vita umana abbia i suoi vantaggi (lo scopre un euforico Belzebù) e che senza un corpo non siamo niente. Un delirio organizzato al quale bisogna stare al gioco ma che regala sorrisi e riflessioni sullo stato del nostro tempo.  Magnifiche Lyna Khoudry e Anamaria Vartolmei, femmine tentatrici  e guerriere affascinanti che si contendono, tra debolezze umane e piaceri demoniaci, le grazie del pescatore extraterrestre  Jony (Brandon Vlieghe), il padre del Margat.  

Claudio Fontanini, CineSpettacolo

10 giugno 2024

5X1000 AL CINEMA DEL CARBONE

Anche quest'anno il cinema del carbone è nell'elenco delle associazioni culturali destinatarie del 5x1000 istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Scegliere il carbone significa valorizzare la cultura, il cinema di qualità, la vita stessa della città. Un aiuto a concreto per ripartire con una nuova stagione insieme.

Se volete sostenerci, scrivete il nostro codice fiscale 02013680208 sulla vostra dichiarazione dei redditi.

04 giugno 2024

Vangelo secondo Maria: Paolo Zucca fa propria la lezione pasoliniana

Le prime inquadrature del terzo film di Paolo Zucca contengono già in nuce gli elementi che delineano l’intreccio incentrato sulla figura di Maria: la campagna, contrapposta all’asfittico ambiente domestico, come spazio fisico dell’esperienza; l’aspirazione a una rinnovata condizione umana e sociale; la sete di conoscenza come strumento emancipatorio cardine.
Quella del regista sardo è una Maria inedita, libera dalle ristrettezze della ricostruzione filologica evangelica, in grado di trascendere il tempo e riallacciare la propria vicenda alle tematiche ruotanti attorno alla condizione femminile. L’ambiente esterno, delineato con tutta la carica di realismo che il paesaggio sardo può offrire, è costituito da immagini intessute di un tappeto acustico costante e ben dosato, fatto dei belati, dello starnazzare delle galline, dal frusciare del vento, perfino del ronzio delle mosche, come nel recente "Bentu" (2022) di Salvatore Mereu. A tutto ciò si mescola poi il parlato dei personaggi, talvolta in sardo, a scolpire un mondo allo stesso tempo atavico e attuale, geograficamente lontano dalla Galilea ma affettivamente percepito come più prossimo alla dimensione archetipica e aurorale del linguaggio cinematografico.

Si può dire che Zucca abbia fatto propria la lezione di Pier Paolo Pasolini che rimodellava nella modernità tanto il mito, con la "Medea", quanto la religione, con "Il Vangelo secondo Matteo". Così, pur rinunciando all’impiego del dialetto in modo integrale e allontanandosi, ad esempio, da "Su Re" (2012), di Giovanni Columbu, con coerenza appunto pasoliniana, i momenti in cui ricorre l’uso del dialetto sono quelli legati al compianto funebre e ai riti benaugurali che precedono il rito nuziale, perché più funzionali ad esprimere, vichianamente, la genuinità, la spontaneità e la sacralità del momento associativo. [...]

Maria è la protagonista che esce dal rigido ritratto evangelico per farsi carico delle istanze rivendicate dalle donne di ogni tempo: rifiuto del matrimonio combinato, refrattarietà al patriarcato, denuncia dell’uso strumentale del sapere. “Guai a voi, dottori della legge, che avete rubato le chiavi della scienza”, tuona Maria quasi all’inizio del film. Operazione ardita, quella del regista sardo, eppure ben condotta, grazie anche alla coerenza narrativa tra il personaggio e le sue battute di dialogo: la donna non è verbosa, né tanto meno magniloquente o dotata di adamantina perfezione. È umana. La sua aspirazione alla conoscenza è socraticamente percepita come bisogno irrinunciabile e condiviso con Giuseppe (Alessandro Gassmann), allo stesso tempo coprotagonista e mentore.[...]

Dopo lo spiazzante e ironico "L'uomo che comprò la luna" (2018) e ancor più dopo il laconico "L'arbitro" (2013) ci pare che il regista oristanese abbia acquisito una maggiore consapevolezza nei propri mezzi mentre, da parte del pubblico, si può nutrire fiducia circa il fatto che egli abbia ormai imboccato la strada verso un cinema mai banale.             

Alessio Cossu, Ondacinema

29 maggio 2024

Convocazione di Assemblea Ordinaria

Il 16 giugno 2024, presso il Cinema Oberdan in via Oberdan 11 in Mantova, alle ore 7.00 (prima convocazione) o, in assenza della maggioranza dei soci, alle ore 11.00 (seconda convocazione) si terrà l’Assemblea ordinaria dei Soci del Circolo Cinematografico “Il cinema del carbone APS” con il seguente ordine del giorno:
a) elezione e rinnovo del Consiglio direttivo

b) approvazione del bilancio consuntivo 2023

c) varie ed eventuali
Possono partecipare tutti i soci in regola con il tesseramento per l’anno sociale in corso.
la Presidente
(Anna Maria Baboni)

29 maggio 2024

Rosalie, di Stéphanie Di Giusto: una lezione di indipendenza

Rispetto allo storico cinema sulla diversità, che va dalla Venere nera di Kechiche ai vari uomini elefante, la differenza profonda sta soprattutto nell’approccio: Rosalie è una donna moderna, non vuole nascondersi ma vivere in autonomia, vuole essere quella che è, realizzandosi pienamente nella femminilità e nella sfera sentimentale attraverso la relazione con Abel. Respinge il bollino di vittima del contesto o fenomeno da freak show, che qui non si vede mai: pretende una vita normale, che i peli sul corpo non possono e non devono intaccare. È il mondo intorno a non sopportare una modernità tanto compiuta, intelligente e contemporanea, in grado perfino di sfruttare la smania di guardare degli altri per risanare una crisi economica. Insomma Rosalie è troppo avanti per la Francia di ieri, ma siamo sicuri che non lo sia anche oggi? Un racconto potente di libertà, una lezione di indipendenza servita dall’accurata ricostruzione d’ambiente, dalla prova dei comprimari – con un mefitico Benjamin Biolay – e soprattutto dall’interpretazione di Nadia Tereszkiewicz, portatrice di una grazia naturale che fa risaltare ancora di più i peli sul corpo senza peraltro intaccarne la bellezza.

Emanuele Di Nicola, CineCriticaWeb

21 maggio 2024

Niente da perdere: una madre in lotta contro i paradossi delle istituzioni in un film preciso e capace di prendere posizione

Delphine Deloget, qui al suo lungometraggio d’esordio alla regia, è molto precisa nel creare il ritratto di una madre felice di quello che ha, dignitosa nonostante le difficoltà della vita, che ottiene i favori del pubblico senza risultare subliminalmente pietosa. Ad indossarne i panni è una strepitosa Virginie Efira, che conferma (qualora ce ne fosse ancora bisogno) di essere una delle più interessanti attrici del panorama francese contemporaneo. Con il procedere del film e quindi della battaglia di Sylvie contro le istituzioni, questa compie dei gesti incauti, considerati inaccettabili dalla società che la osserva. Lo spettatore è chiamato quindi ad interrogarsi sulla natura del personaggio: si tratta di gesti soliti per la protagonista e che quindi in qualche modo giustificano ciò che le sta capitando, oppure sono reazioni indotte dal sistema contro il quale sta lottando? Quanto quindi c’è di naturale nel comportamento di Sylvie, o – ecco il meccanismo kafkiano – è la società ad imporle di accettare una condizione paradossale e ad assegnarle un ruolo a cui non può sottrarsi?

Il più grande merito che va riconosciuto a Niente da perdere risiede però nel suo finale. In un cinema che sempre più spesso fatica a schierarsi con i propri protagonisti nascondendosi dietro alla comodità del “finale aperto”, lasciando che sia lo spettatore ad assumersi delle successive responsabilità e ad immaginare quindi le conclusioni al posto di chi scrive il film, Delphine Deloget dimostra di sapere chiaramente da che parte sta. Sblocca quindi l’impasse con una scelta che magari non risulta definitiva e che può essere distante da quella che farebbe lo spettatore, ma esplicita così con forza la propria posizione d’autore.

Matteo Pivetti, SentieriSelvaggi

14 maggio 2024

Una spiegazione per tutto: Un paese diviso in due raccontato attraverso l'esame di maturità di un diciottenne

Dal lunedì al martedì successivo. Nove giorni di un'estate ungherese vista attraverso la prospettiva di quattro personaggi diversi: uno studente Abel, il padre nazionalista del ragazzo, il professore idealista anti-Orbàn e la giovane reporter a caccia di scoop.

Explanation for Everything è uno spaccato profondo dell'Ungheria di oggi ed è capace di raccontare le contraddizioni del proprio paese attraverso i diversi personaggi. Ci sono degli affascinanti residui post-Nouvelle Vague proprio nella struttura temporale del film dove l'intreccio tra arte, politica e sentimenti potrebbero far pensare al cinema di Arnaud Desplechin che si liberano nell'ottimo finale, nella dichiarazione d'amore di Janka, nella scena della corsa in bici di Abel di notte nelle strade deserte di Budapest o il tentativo del bacio del ragazzo a Janka che invece lo abbraccia soltanto.
Da qui arriva una parte dalla forte intensità emotiva che attraversa Explanation for Everything, con un cinema d'immediato impatto che cattura tensioni, paure, scatti di rabbia, desideri attraverso primi piani che prima presentano e poi scoprono gradualmente i caratteri dei diversi personaggi.
Il dettaglio centrale del film, la spilla nazionalista indossata da Abel, sottolinea un preciso e geometrico lavoro di scrittura (il film è scritto dallo stesso regista Gabor Reisz assieme ad Eva Schulze) dove lo stesso episodio è visto da diversi punti di vista contrastanti come nel cinema di Farhadi. Dall'episodio dell'esame di storia di Abel c'è un prima e un dopo che cambia le vite dei personaggi proprio come nella scena dello scontro tra Nader e la giovane donna che si doveva occupare del padre in Una separazione. Da quel momento il film ha una tensione crescente e mostra come un singolo episodio nascosto dentro le mura di una scuola può trasformarsi in uno scandalo nazionale.

Simone Emiliani, Mymovies

07 maggio 2024

Foto, video e mistificazione della reltà: Fantastic Machine di Axel Danielson e Maximilien Van Aertryck

È curioso che anche il più celebre video-saggio della storia del cinema, F for Fake di Orson Welles, sia incentrato sul tema della contraffazione. D’altra parte, manipolare le immagini è la forma di raggiro più diffusa nella società dello spettacolo, ma la narrazione visiva ha il potere di smascherare l’inganno: nel video-saggio, l’immagine stessa diviene infatti uno strumento di indagine, analisi e svelamento, mettendo in luce ogni suo trucco. Fantastic Machine di Axel Danielson e Maximilien Van Aertryck lavora proprio in tal modo, compiendo un percorso storico che parte dall’invenzione della fotografia e arriva fino alla moltiplicazione inusitata dei sistemi di ripresa, tipica del nostro presente. Più che un documentario, insomma, è un rarissimo caso di video-saggio che trova una distribuzione nelle sale, composto da materiali di archivio selezionati e riassemblati con arguzia.

Dal momento in cui Joseph Nicéphore Niépce riuscì per la prima volta a fissare una fotografia in modo permanente (con la celebre Vista dalla finestra a Le Gras, 1826), l’umanità si è ritrovata fra le mani una “macchina meravigliosa” dotata di enormi potenzialità. Ma come l’ha usata nel corso dei decenni? In che modo ne ha sfruttato le formidabili risorse? È questo l’interrogativo che Danielson e Van Aertryck si pongono nel loro lungometraggio, mostrando come la riproduzione delle immagini sia stata impiegata progressivamente per mistificare la realtà, manovrare il consenso, distrarre l’opinione pubblica e mettere in scena una versione edulcorata (quando non fittizia) di noi stessi.

L’operazione compiuta dai registi è affascinante, senza dubbio. Concatenando materiali eterogenei, Fantastic Machine usa il narratore extradiegetico – Elio Germano nell’edizione italiana – per guidare il pubblico attraverso una riflessione dai toni brillanti, lasciando però che siano le immagini a parlare. Il narratore è infatti una presenza discreta, e preferisce fare un passo indietro per consentire ai filmati di esprimere autonomamente il proprio senso, di “spiegarsi” da soli. In un film sul potere comunicativo delle immagini, questa soluzione ha il pregio di far coincidere contenitore e contenuto.

Lorenzo Pedrazzi, Screenweek

02 maggio 2024

Gianluca Vassallo presenta IL POSTO al cinema dl carbone

Dopo La sedia, giovedì 2 maggio alle 21 il regista sardo torna al carbone a presentare il suo nuovo lavoro IL POSTO, che vede sempre protagonista Michele Sarti: una storia di finzione che interpreta e omaggia i 50 anni di DEGW, società di progettazione specializzata in luoghi di lavoro, un racconto inedito sulla centralità dello spazio di lavoro per la collettività e il suo impatto sulle nostre vite.

L'ingresso è gartuito per gli studenti del Politecnico.

29 aprile 2024

Come fratelli – Abang e Adik: dalla Malesia impariamo il senso della vita

Premiato al Far East Film Festival 2023, Come fratelli – Abang e Adik appartiene alla schiera di quelle opere d’autore semplici ma indelebili. Al suo debutto in cabina di regia, Jin Ong dà voce a una realtà dal quale prendere spunto, non solo per riflettere su alcuni valori imprescindibili, ma anche per impararne l’importanza. Attraverso la storia dei protagonisti – magistralmente interpretati da Wu Kang Ren e Jack Tan – vengono affrontati tanti temi, dall’amicizia al sacrificio, dalla solitudine alla paura. Il discorso culturale caratterizza la narrazione, rendendola al tempo stesso poetica e potente. [...]

Cresciuti insieme, pur non avendo alcun legame di sangue, Abang e Adik si comportano (e si considerano) come due veri fratelli. E, come tali, esibiscono una serie di differenze caratteriali, che li porta spesso a scontrarsi. Ma l’affetto che li lega non è mai messo in dubbio, neanche nei momenti di maggior sconforto o nelle liti più burrascose. Ad aiutarli, due figure femminili straordinariamente umane e importanti: una prostituta di nome Money (Kim Wang Tan) e l’assistente sociale Li Jia (Serene Lim). Come fratelli – Abang e Adik mette in luce un particolare spaccato esistenziale, dal quale è impossibile non venir toccati. I due protagonisti appartengono alla schiera degli umili, degli oppressi, degli sfortunati. Eppure, in qualche incredibile maniera, trovano la spinta, se non esattamente la voglia, di andare avanti, di farcela, di sopravvivere. Ma come può definirsi vita questa? [...]

L’amore fraterno prescinde dall’essere nato nella stessa famiglia, dagli stessi genitori; è qualcosa che viene a crearsi naturalmente e diventa indissolubile. Se le condizioni di povertà che vivono Abang e Adik li spinge a trovare riparo e conforto l’uno nell’altro, i due si sono scelti al di là di una mera questione opportunistica. Vittime di un sistema che non concede spiragli alla speranza, i protagonisti credono ancora a un futuro possibile. E lottano con tutte le loro forze per ottenerlo.

Sabrina Colangeli, TaxiDrivers