19 ottobre 2022

La Pantera delle nevi: alla scoperta del mondo, cercando una chimera in Tibet

Il rapporto tra l’uomo e la natura è controverso fin dall’alba dei tempi. Giacomo Leopardi la definiva matrigna malvagia e indifferente nel suo Dialogo della Natura e di un Islandese, ed è proprio nella sua indifferenza che l’uomo si è arrogato il diritto di prenderne il possesso e modificarla a proprio piacimento. L’intervento umano ha fatto sì che rimanessero sempre meno spazi incontaminati protetti solo dalle impervie condizioni in cui si auto-preservano. Ci sono però alcuni ammiratori rispettosi della selvaggia purezza della natura, che si avventurano in quelle zone incontaminate e con esse instaurano un rapporto unico quanto profondamente esistenziale. Così come gli alpinisti che scalano la vetta e lungo il tragitto si fermano da soli con se stessi, anche gli esploratori de La Pantera delle nevi si avventurano alla ricerca di ciò che hanno dentro. A certe altitudini non c’è solo il confronto con l’ambiente circostante, che può essere impervio o meno, ma soprattutto quello con se stessi.

Il documentario diretto da Marie Amiguet e Vincent Munier segue l’esploratore francese, accompagnato dello scrittore Sylvain Tesson, sugli altopiani del Tibet alla ricerca della misteriosa quanto sfuggente Pantera delle nevi. Il felino diventa la meta da raggiungere, e allo stesso tempo, l’espediente che permette loro di prendere coscienza della propria condizione esistenziale di fronte alla vastità della natura e alla brulicante vita che questa ospita. Una natura davvero indifferente e incurante dell’uomo che in questi contesti, diversamente da altri, in maniera rispettosa vi cammina in punta di piedi per osservarla nella sua bellezza. [...]

Il silenzio delle valli permette di notare cose che prima erano sfuggite. La natura che li circonda e li ospita mostra loro un’infinita varietà di animali: felini, avvoltoi, aquile, roditori e yak dalle possenti dimensioni. Attraverso la loro osservazione scoprono una vita che scorre a ritmi diversi, una dimensione quasi alternativa dove non c’è frenesia o affanno, ma solo la primordiale regola del tempo. Appostati in posizioni strategiche, con cannocchiali, binocoli e macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, i due cercando di farsi ambasciatori della bellezza che appare ai loro occhi e scoprono che forse alcuni problemi della vita, per quanto enormi possano sembrare, in confronto a tutto il resto perdono significato.

Nella ricerca della Pantera delle nevi i due esploratori si rendono sempre più conto dell'abissale differenza che c'è tra la natura e la città. L’essenza incontaminata della prima e il silenzio che vi regna stridono immediatamente alle loro orecchie con il rumoroso caos della città, che è percorsa ogni giorno da una miriade di suoni, come il traffico o semplicemente la vita che scorre veloce convinta della propria destinazione ma illusa della sua corsa. Ed è proprio in questo contrasto che i due si rendono conto della necessità di sapersi introdurre nella natura in un modo che non turbi il suo equilibrio. Sussurrano, camminano piano, indossano tute mimetiche per passare inosservati agli acuti occhi degli animali. Solo così infatti in punta di piedi comprendono di poter osservare un mondo alternativo, che invece con le lenti della vita frenetica non riescono a vedere. La ricerca della Pantera quindi non è solo un desiderio da realizzare, ma si trasforma in un'occasione di riflessione filosofica sulla vita..

Francesca Imperi, Today.it

19 ottobre 2022

Battle Royale: una profezia distopica su uno scontro generazionale

Uscito nel 2000 generando un'ondata di reazioni controverse, Battle Royale è stato per il Giappone e, in misura minore e con qualche ritardo, anche per l'Occidente, uno choc culturale paragonabile all'impatto di Arancia meccanica negli anni 70.

La tensione generazionale e la sensazione di una società gravata da crepe insanabili si materializza in un distopico affresco di morte, che riesce a mantenere tanto lo spirito ludico che la violenza efferata cari alla cultura giapponese, in un equilibrio impossibile tra poli opposti della medesima schizofrenia. Fukasaku Kinji, veterano dello yakuza eiga e del cinema violento e di genere, mette in scena la sceneggiatura scritta dal figlio Kenta con stile asciutto e privo di compromessi, tanto più scioccante perché i contenuti estremi sono presentati in una veste di quotidianità prosaica, senza enfasi scenografica.
L'esatto opposto di quanto avverrà con i molti epigoni di Battle Royale, quali Hunger Games o Squid Game, campioni di incasso e consensi che renderanno proficuo il concept di Fukasaku senza mai avvicinarsi alla sua radicalità.
La forza di Battle Royale sta nella incapacità, tutta nipponica, di scendere a compromessi. Senza voler dimostrare una tesi, ma con la sola brutalità dei fatti rappresentati, Fukasaku mette in scena l'apocalisse di una società lacerata e senza speranza, in cui ex insegnanti sfogano la loro frustrazione su teenager sfuggiti al controllo, in una grottesco e ludico reenactment del quadro di Goya su Saturno che divora la propria prole.
La scelta di Takeshi Kitano nel ruolo dell'insegnante diabolico e vendicativo è un favoloso esempio di controcasting: la comicità demenziale del presentatore televisivo di Takeshi's Castle - spettacolo di giochi deliranti inflitti a concorrenti volontari e masochisti, da noi approdato nel format Mai dire Banzai - trasla in perfetta continuità su un piano tragico e distopico, senza che la maschera di Kitano presenti mutazioni visibili.

Quentin Tarantino impazzisce per il film e lo divulga in Occidente, contribuendo a un tardivo recupero della carriera di Fukasaku Kinji e del suo cinema di gangster senza speranza (Battles without Honor and Humanity, Graveyard of Honor, Yakuza Graveyard). Oggi come ieri gli anti-eroi di Fukasaku combattono battaglie senza onore né umanità, al servizio di un impero declinante e degenere, che pochi hanno saputo tratteggiare altrettanto lucidamente.

Emanuele Sacchi, Mymovies

18 ottobre 2022

Il 22 ottobre al cinema del carbone si ricomincia a far festa!

Torna la festa di tesseramento più imperdibile dell'anno, con cibo, giochi, tante chiacchiere e un cuper classico della commedia!

Sabato 22 ottobre a partire dalle 17.00 aspettiamo tutti i soci che hanno già sottoscritto la tessera annuale e quelli che vorranno tesserarsi sul momento per una lunga serata di divertimento. Ecco il piano:

ore 17.00 - nella tana della marmotta: accoglienza
ore 17.30 - RICOMINCIO DA CAPO di Harold Ramis con Bill Murray e Andie MacDowell
ore 19.30 - gli stessi sapori?
ore 20.30 - quiz in loop
ore 21.15 - RICOMINCIO DA CAPO di Harold Ramis con Bill Murray e Andie MacDowell
ore 23.00 - oltre le frittelle con lo sciroppo: gran finale in dolcezza

P.S. E' consigliata la camicia a quadri e la radiosveglia da comodino!

07 ottobre 2022

Gli orsi non esistono: un manifesto universale contro ogni cultura dittatoriale

Il coraggio e l’ostinazione del regista iraniano Jafar Panahi andrebbero, come del resto il suo cinema, insegnati a scuola. Gli orsi non esistono – dal 6 ottobre nelle sale italiane dopo il Premio Speciale all’ultima Venezia (si poteva dare di più…)– è un manifesto universale contro ogni cultura dittatoriale istituzionalizzata liberticida e oppressiva. L’Iran sì, teatro proprio in questi giorni di estese e tragiche proteste di emancipazione della donna, ma anche ogni angolo del pianeta in cui una qualunque intoccabile e inamovibile autorità ha costruito una gabbia sempre più stretta, implacabile, fatta di leggi, norme, e consuetudini indiscutibili.

Panahi è subito in scena come voce fuori campo dietro l’occhio di una cinecamera che riprende il lento e nascosto piano (sequenza) di fuga oltreconfine di una coppia iraniana di mezza età. Occhio registico che diventa corpo fisico inquadrato, con una carrellata magica all’indietro che sfonda lo schermo di un pc, da cui Panahi stesso sta dirigendo da una stanzetta sgarrupata in pietra il suo film sulla fuga. Una traiettoria da myse en abime che certifica più piani di osservazione di un reale che mescola solo finzione come fosse amara, dolorosa verità. Già, perché Panahi regista, protagonista de Gli orsi non esistono, è il Panahi reale condannato da quasi due lustri agli arresti domiciliari, allentati e allargati nel giro di alcuni anni delle autorità iraniane (oggi Panahi è in carcere e nulla si sa di cosa gli stia accadendo ndr): a sua volta in fuga da Teheran per “stare vicino alla sua troupe” che gira il film sulla fuga, ma lui stesso tentato dall’ipotesi drammatica di valicare il confine di notte che dista pochi chilometri.

Solo che l’accoglienza degli abitanti del villaggio per il “signor Panahi” dapprima reverente e genuflessa si trasforma in un assurdo incubo kafkiano che sconfina nelle minacce e nella violenza. Nell’essere regista, nell’attivare la propria naturale curiosità artistica, Panahi si guarda attorno e fotografa/riprende abitanti e spazi che lo circondano. Probabilmente in uno di questi casuali scatti ha fotografato una coppia di ragazzi clandestina, perché la ragazza della (im)possibile foto è stata promessa sposa ad un altro ragazzo del villaggio, ora molto infuriato con Panahi, fin da quando è nata compiendo un gesto antico della tradizione locale, il taglio del cordone ombelicale. Così mentre sul piano del cinema diretto fronte macchina da Panahi si consuma una fuga zoppa (solo la ragazza della coppia ha un passaporto falso ma valido per superare il confine), nel villaggio il Panahi regista del cinema iraniano, personaggio fittizio e pubblico/storico allo stesso tempo, viene come “processato” per non essere normale e accondiscendente a usi e costumi, da religione istituzionalizzata, del luogo che lo ospita. Inutile dire che Gli orsi non esistono non ha un frammento fuori posto, uno sbaffo espressivo oltre la sostanza dimostrabile.

L’opera complessiva di Panahi è un meccanismo ad orologeria, un thriller pazzesco dal ritmo costante, insinuante e gradualmente insostenibile. Con un finale mozzafiato che si appoggia, qui davvero solo i grandi del cinema, sull’effetto che provoca nello spettatore un suono d’ambiente (no spoiler, sia mai). Gli orsi non esistono vive oltretutto della impellente presenza dell’invisibile traducibile sia come cappa normativa che fa andare in bestia Panahi regista nel film, dell’illusione che fa saltare nervi e fiducia ai protagonisti che recitano il film di Panahi, dell’intangibile fosco occhieggiare dei mercanti di esseri umani che si nascondono guarda caso dove la natura sembra aver consentito di vivere, muoversi e pensare liberi da precetti morali stringenti. Infine, nel suo apparente pauperismo formale, Gli orsi non esistono è una franca elaborazione di come l’urgenza personale del raccontare si riesca a fondere con la pratica e la teoria generale del cinema. Un film di lotta diretta e attiva, un’opera sul moto individuale dell’andarsene, del disperdersi, del fuggire, che finisce per girarsi indietro, per restare e resistere. E qui la commozione è tanta.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano

28 settembre 2022

Ribelli viaggiatori spaziali protagonisti de L'immensità di Emanuele Crialese

Sospesa sopra la testa di Adriana, nella scena iniziale, la macchina da presa prende quota permettendo allo sguardo di Emanuele Crialese di allargare la porzione di spazio dove la protagonista passa il tempo a giocare e a desiderare un’altra vita. Poco dopo la scena iniziale succede più o meno la stessa cosa. A cambiare è il punto di vista, questa volta ad altezza uomo, ma il movimento è sempre lo stesso, con l’obiettivo che allontanandosi dal centro del televisore in cui Raffaella Carrà si scatena in un contagioso balletto, espande il suo occhio sull’interno famigliare in cui madre e figli si stanno godendo lo spettacolo. Per Crialese L’immensità è innanzitutto un problema di spazi e di luoghi alternativi. A differenza della madre (Clara, interpretata da una Penélope Cruz che parla un italiano con forte accento spagnolo), costretta all’interno di un matrimonio già finito, incapace com’è di andare oltre le fantasie nelle quali ogni volta immagina di fare il verso alle star della canzone, Adriana le prova tutte pur di affrancarsi dal disagio della propria esistenza. Imprigionata in un corpo che non sente suo, la ragazzina si ribella per davvero vestendosi da uomo, facendosi chiamare con un nome maschile (Andrea) e quando possibile, allontanandosi da casa per varcare la frontiera del proibito oltre cui si estende il nugolo di baracche dove ad aspettarla ci sarà il primo amore.  
Che si tratti di paesaggio fisico o psicologico, i personaggi del regista di Nuovomondo confermano la loro natura di viaggiatori, ribelli ai limiti imposti dalle regole degli uomini e per questo alla ricerca di universi alternativi. Non è un caso che la prima immagine del cinema di Crialese (Once We Were Strangers, 1997) sia un a sorta di epifania - sospesa tra sogno e realtà, tra fisico e metafisico - in cui vediamo Vincenzo Amato, attore prediletto del regista romano per aver partecipato a quattro dei cinque film girati, approdare sulle rive del fiume Hudson dopo periglioso viaggio, in una scena rivelatrice della natura migrante del protagonista, condizione che per il cinema di Crialese rappresenta una sorta di “eterno ritorno” nietzschiano.  

Ne L’immensità questa dimensione è sviluppata in un confronto allo specchio tra madre e figlia, con la prima che lascia in eredità alla seconda il compito di affrancarsi da ciò che a lei non è stato permesso. La mascolinità di Adriana vuol dire anche questo: impedire che nella (sua) vita ci sia un altro uomo pronto a dirle che cosa deve fare, bloccandole la strada verso la sua realizzazione. A confermare il passaggio di consegne tra Clara e Adriana è l’ultima di una serie di sequenze surreali in cui nel corso del film le ritroviamo a ballare e cantare sul palco le hit musicali degli anni 70 al posto dei veri interpreti (Patty Bravo, Adriano Celentano, Raffaella Carrà). Nella sequenza conclusiva, infatti, Andrea in versione crooner intrattiene la platea essendo unico padrone della scena; pronta a “ballare da sola” dopo aver fatto da spalla alla madre. 
Ma L’immensità va guardato anche in termini di corrispondenza tra realtà e finzione, nella vicinanza tra la biografia dei personaggi con l’esperienza umana del regista. Da questo punto di vista il nuovo lavoro di Crialese si presenta simile a quello che ha rappresentato E’ stata la mano di Dio per Paolo Sorrentino. A testimoniarlo è stata - per entrambi - la necessità di prendersi più tempo possibile prima di essere pronti a parlare al pubblico di un aspetto così intimo e delicato della loro vita. Nel caso di Crialese questo ha voluto dire smettere di girare per circa undici anni, tanti sono stati quelli che separano L’immensità da Terraferma. Come il film di Sorrentino, anche L’immensità permette all’appassionato di rileggere a posteriori la filmografia dell’autore romano, di entrare con maggior consapevolezza e più a fondo nella sua ispirazione creativa: si pensi per esempio alla corrispondenza tra Clara e la Grazia di “Respiro”, femmine folli, frutto di un processo artistico proveniente dalla stessa matrice esistenziale. Alla commistione tra sogno e realtà chiamata a segnalare la lotta tra l’essere o il non essere dei personaggi, e ancora, al concetto di viaggio che nella filmografia di Crialese non riduce il suo significato ad un’unica accezione ma che è sempre il risultato di una necessità materiale e insieme spirituale.

Carlo Cerofolini, Ondacinema

26 settembre 2022

Dal 3 al 6 ottobre tornano gli Incontri del Cinema d'Essai

Anche quest'anno il cinema del carbone è una delle sedi degli degli Incontri del Cinema d'Essai organizzati dalla FICE a Mantova dal 3 al 6 ottobre, ospitando quattro anteprime filmiche per la città di Mantova.

Si parte lunedì 3 alle 17.30 col documentario Alpenland di Robert Schabu, ritratto della diversità linguistica e culturale di una regione unica; martedì 4 alle 18.30 è la volta del viaggio tra i quechua dell'Altipiano Boliviano con Utama - Le terre dimenticate di Alejandro Loayza-Grisi: Preparativi per stare insieme per un periodo indefinito di tempo di Lili Horváth è un dramma sentimentale in salsa magiara, in proiezione mercoledì 5 alle 17.30; infine, giovedì 6 alle 17.30 concluderà il ciclo di anteprime il film di formazione portoghese Lobo e cão di Cláudia Varejão.

Per il programma completo consultate il sito www.fice.it. Le proiezioni, ad ingresso gratuito fino ad esaurimento dei posti, sono VIETATE AI MINORI DI 18 ANNI, trattandosi di film privi di Nulla Osta Ministeriale.

23 settembre 2022

Il carbone al Piccolo di Milano: è tempo di abbonarsi!

STAGIONE 2022/2023 -  ABBONAMENTO A 6 SPETTACOLI DEL PICCOLO TEATRO DI MILANO

Anche per la stagione 2022/2023 del Piccolo Teatro di Milano il Cinema del Carbone propone un abbonamento a cinque spettacoli.

La scelta dei titoli è caduta su quelli considerati tra i più interessanti dal pubblico e dalla critica grazie alla presenza di registi quali Antonio Latella, Mario Martone, Emma Dante, Mimmo Borrelli o di attori quali Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Sandro Lombardi, Anna Della Rosa.

 Inoltre viene proposto uno spettacolo fuori abbonamento, una “maratona di 6 ore circa”, Hamlet, di Antonio Latella, direttore della Biennale Teatro a Venezia, un classico imperdibile.

30 ottobre 2022: Hamlet – regia di Antonio Latella – fuori abbonamento

15 gennaio 2023: Tre modi per non morire di Giuseppe Montesano

5 marzo 2023: Romeo e Giulietta – regia di Mario Martone

16 aprile 2023: Pupo di zucchero di Emma Dante

14 maggio 2023: La cupa di Mimmo Borrelli

28 maggio 2023: Prima di Pascal Rambert

Per informazioni dettagliate e costi cliccate sul link Il carbone al Piccolo di Milano

22 settembre 2022

Tuesday Club - Il talismano della felicità: una storia di passione e rinascita che parte dalla cucina

È cosa nota che il cibo e la cucina siano afrodisiaci. Quando si crea un nuovo piatto si mescolano ingredienti, sapori e si sperimenta non sapendo mai davvero come sarà il risultato finale; un po’ come in amore quando si costruisce un rapporto non sapendo a cosa si va incontro, sperimentando fino a trovare il giusto equilibrio. Tuesday Club - Il talismano della felicità è un film che attraverso la cucina ci parla d’amore ma anche di rinascita, di seconde occasioni e di passioni che ci rendono vivi. Il film cerca di far capire che nessuna passione deve essere messa da parte e che non è mai troppo tardi per coltivarla. Nelle parole della sceneggiatrice il film è anche un inno al passato, un’esaltazione del ricordo della gioventù e di quei sogni che si avevano. Nel cast del film svedese Marie Richardson nei panni della protagonista Karen, mentre Björn Kjellman è il marito Sten. Peter Storemare è invece un prestigioso chef che terrà un corso seguito da Karen mentre la figlia della coppia ha il volto dell’attrice Ida Engvoll nel cast della serie Netflix, Love & Anarchy. [...]

Le protagoniste del film sono tutte donne e tutte diverse. Ognuna di loro ha fatto delle scelte di vita che le hanno condotte a dove sono ora. Frederika è la figlia di Karen ed è alla soglia dei 40 anni. Non nasconde mai la paura di questo fatidico numero e il suo personaggio incarna quella generazione di uomini e donne in crisi che non riescono a trovare il proprio posto e si fanno influenzare dal peso che il raggiungimento di certi traguardi detiene. La ragazza ha poi un buon rapporto con il padre ma conflittuale con la madre. Karen a sua volta incarna quelle donne che hanno scelto di rinunciare alla carriera o ai sogni per prendersi cura della famiglia. Quando trova del tempo libero si getta a capofitto nella sua passione, quella della cucina e decide di fare un passo avanti non negandosi di sognare ancora.

Il suo personaggio rappresenta perfettamente chi non si arrende e prova a coltivare il suo sogno, non importa il prezzo. Impara con la cucina ad uscire dalla sua dimensione, non solo quella fisica ma anche quella emotiva e buttarsi di più, mettersi in gioco e sperimentare. Monika è invece al suo opposto. Non mai avuto delle solide radici, è sempre stata in movimento spostandosi di posto in posto e vivendo una vita dal ritmo diverso e incarnando una libertà e un’indipendenza che Karen non ha avuto da tempo e come lei anche Pia. Dal punto di vista tecnico il film ha una palette di colori che nel complesso lo fa risultare profondamente armonioso. I colori degli abiti e dei luoghi spesso di sposano con quelli dei piatti e degli ingredienti. Molto buone anche le performance delle protagoniste, sopratutto Karen che riesce a veicolare bene l’immagine della donna in cerca di libertà e che è determinata a tenersela stretta una volta trovata. [...]

Tuesday Club - Il talismano della felicità è una visione piacevole, divertente e anche confortante che esalta l’importanza dei sogni e delle passioni, insegnando davvero che non è mai troppo tardi per seguire i propri sogni e le proprie passioni.

Francesca Imperi, Today

06 settembre 2022

Nido di vipere, uno scatenato pulp thriller made in Corea

Non solo K-pop, anche il K-cinema, ormai da qualche anno, ha ampiamente superato i confini asiatici ed è sempre più teso alla conquista del mercato cinematografico mondiale. Un obiettivo che anche “Nido di vipere”, firmato dall’esordiente Kim Yong-hoon, ha tutte le carte in regola per poter centrare. Il film è stato campione d’incassi in patria ,ma si è fatto notare anche in diversi festival cinematografici internazionali, tra i quali il Far East Festival di Udine e il Festival di Rotterdam dove ha conquistato il premio della giuria, ed ora arriva alla prova del botteghino che, in Italia, scatterà nella data del prossimo 15 settembre.

Si può raccontare Nido di Vipere come un noir che mette insieme elementi tradizionali: un oggetto del desiderio, una banda di loschi e avidi criminali che si fanno guerra l’uno contro l’altro per conquistare quell’oggetto, un poliziotto smaliziato, un povero comune mortale, sfortunato e fortunato insieme, una spietata femme fatale, feroci killer a servizio dei boss, colletti bianchi corrotti e disperati che daranno vita a furti, inseguimenti, omicidi, occultamenti di cadaveri, trappole, sanguinose rese dei conti. Insomma, nel film c’è tutto il necessario perché gli amanti della suspence e dell’azione rimangano coinvolti fino all’ultimo e anche divertiti, perché le situazioni da black comedy abbondano.

Il film per molti aspetti quindi non può dirsi innovativo, anche perché le fonti di ispirazione stilistica sono facilmente rintracciabili nel lavoro dei grandi nomi hollywoodiani della black comedy contemporanea: Quentin Tarantino e i fratelli Cohen su tutti. Ma questo non toglie nulla alla freschezza di un titolo, capace di raccontare con una storia a orologeria e molto ben calibrata, la bassezza e la disperazione dell’avidità, ma anche di essere ottimo e sano intrattenimento, del tipo che ci si augura di godere quando si entra in una sala cinematografica. Lo spettatore rimane subito imbrigliato dalla rete tessuta dalle storie individuali e da personaggi disegnati per essere tipi, ma non caricaturizzati, e ne rimane impigliato fino al finale, senza soffrire mai un momento di noia, ma anzi, in un crescendo di coinvolgemento, tra sorprese, rivolgimenti di fronte e più di qualche risata grottesca.

Valentina Di Nino, Today.it

19 agosto 2022

FIRE OF LOVE: una gemma di montaggio che riscrive il genere del documentario scientifico

Già autrice di Remastered: Tricky Dick and the Man in Black (episodio della serie musicale di Netflix) e co-produttrice, tra gli altri, di Una scomoda verità 2, Edge of Democracy e Becoming: la mia storia, la regista Sara Dosa, mentre nel 2019 lavora al documentario The Seer and the Unseen, si è imbattuta nel girato dei Krafft e inevitabilmente si è incuriosita al loro lavoro.

Un patrimonio impressionante e sorprendente di foto, libri e soprattutto di riprese in pellicola: decine di ore in 16 millimetri, quasi completamente prive di audio. Immagini che testimoniano incoscienza e passione, sprezzo del pericolo e sete di sapere. Incredibilmente vicine al centro dell'azione naturale e per lo più ancora non viste: solo due minuti sono stati utilizzati da Werner Herzog (che già si era interessato al tema in La soufrière, e qui risulta anche come consulente) per il suo Into the Inferno. Un materiale troppo affascinante per non tentare di dargli vita e senso narrativo.  Digitalizzato per la prima volta dalla francese Image'Est, viene rimontato da Dosa insieme alle montatrici Erin Casper e Jocelyn Chaput. Il trio trasforma quel corposo tesoro di differenti e ipnotici movimenti magmatici, distese di cenere, appostamenti della coppia (e rari momenti di vita pratica dei sedicenti "artisti itineranti") in una testimonianza che, senza mostrare nemmeno un bacio, documenta una tenace storia d'amore.
È proprio questo il principio estetico che informa il film, che non cerca l'agiografia di una coppia di mad scientists, di esploratori fuori dall'ordinario, eroi caduti in nome della ricerca, ma di costruire una narrazione che trasmetta l'amore per la conoscenza che può appassionare e tenere unite due persone. Non didascalie che imprimano nella memoria i record della coppia, ma i nomi vulcani sono citati nei titoli di testa, come veri e propri personaggi. Le spettacolari immagini di attività e paesaggi vulcanici filmate e fotografate dai Krafft (che a tratti ricordano un po' i Devo, per la qualità fantascientifica e insieme artigianale delle loro tute e caschi) sono quindi articolate in funzione della progressione amorosa tra i due, che è in parallelo un processo cognitivo. Fino a esprimere alla massima potenza la loro coincidenza: "comprendere è un altro nome dell'amore", dice la voce narrante che accompagna le immagini (nella versione originale di Miranda July).
Quel testo filosofico è l'unica ricreazione originale del film, insieme ad alcuni rapidi passaggi per ricreare il momento del loro incontro e a una colonna sonora che tiene insieme con disinvoltura Brian Eno, Dalida e perfino un accenno morriconiano western. L'imprevedibilità, il mistero, l'inconoscibilità, il rischio del vulcano e quella di ogni relazione corrono fianco a fianco, in questa gemma di montaggio che riscrive con un'affascinante, partecipe prospettiva erotica il genere del documentario scientifico.

Raffaella Giancristofaro, Mymovies