
19 ottobre 2026
Digger: la danza macabra sulla fine del mondo con un Tom Cruise irresistibilmente spregevole
Alejandro González Iñárritu non ha mai temuto il peso dell'ambizione, né l'esondazione del proprio ego autoriale. Con Digger il cineasta messicano sterza verso lidi in cui l'ipertrofia formale cede il passo al grottesco, alla satira politica più sfacciata, al disincanto terminale.
A dieci anni dalle nevi letali di Revenant e quattro anni dopo l'incompreso Bardo, Iñárritu torna dietro la macchina da presa per orchestrare una danza macabra sulla fine del mondo, declinando il disastro imminente non tanto con la gravità del dramma umano, ma con la cinica ferocia della farsa.
Digger sfugge ostinatamente alle catalogazioni: è una distopia ecologica (retroattiva, scopriremo presto) che rifiuta il pietismo, una commedia apocalittica che flirta con il Dottor Stranamore di Kubrick, aggiornato però all'era dell'ipercapitalismo fossile e dell'inettitudine istituzionale.
Al centro di questa iperbole narrativa e visiva – esaltata dalle lenti in VistaVision di Emmanuel Lubezki e da un incredibile lavoro sul sonoro – torreggia la figura mastodontica e repulsiva di Digger Rockwell, magnate del petrolio tanto narcisista quanto artefice della propria (e nostra) estinzione.
Quando una catastrofe ambientale da lui causata innesca lo scioglimento di un gigantesco iceberg diretto verso il Nord Europa, è il goffo Presidente degli Stati Uniti (un monumentale e smagrito John Goodman) a chiedergli l'impossibile: salvare la Terra (o meglio, la narrazione relativa al disastro) dalla voragine che lui stesso ha scavato. In questo insanabile paradosso risiede l'anima nerissima del film: il carnefice chiamato a vestire i panni del redentore (fa sorridere pensare a chi, nella realtà dei nostri giorni, si autocandida da anni per il Nobel per la pace…), la superbia umana schiacciata da una “Madre Natura che ama i figli di puttana”, per citare la dichiarazione d'intenti dello stesso regista.
Ma Digger – che offre ad Iñárritu la possibilità di giocare nuovamente col metatesto del "dietro le quinte" (proprio come in Birdman e in Bardo) – non sarebbe l'opera urticante e scenografica che è senza la presenza cannibalica di un clamoroso Tom Cruise. Dimenticate il sorriso smagliante, l'eroismo testosteronico e l'inossidabile fisicità di Ethan Hunt o Pete "Maverick" Mitchell.
Qui, Cruise compie un atto di decostruzione radicale del proprio storico divismo, offrendo la prova più stratificata e coraggiosa della sua carriera dai tempi del predicatore in Magnolia o dell’osceno Les Grossman in Tropic Thunder. Per interpretare Rockwell, l'attore si annulla e si reinventa: lavora in maniera maniacale sul corpo, sulla postura sgraziata e su un trucco che è estensione plastica di una corruzione interiore inarrestabile. La sua recitazione si fa grottescamente caricaturale eppure, in qualche lampo agghiacciante, profondamente umana. È l'incarnazione di un'arroganza occidentale giunta al capolinea, un antieroe che cerca di sedurre la realtà per piegarla a un volere d'improvviso impotente. Sarà la volta buona che vinca un Oscar (dopo quello alla carriera dello scorso anno)?
Accompagnato da un cast di ottimi comprimari (dalla solita Sandra Hüller all'incisivo Riz Ahmed, perfetti ingranaggi in questo circo dell'assurdo), Digger è un'opera volutamente sgradevole e a tratti sfiancante, altalenante e imperfetta ma innegabilmente potente e viscerale, con quel finale che ci ricorda che il post-apocalittico è già tra noi.
Lo specchio di una società – la nostra – condannata a scavarsi la fossa da sola, ostinatamente convinta fino all'ultimo di potersi comprare una via d'uscita. O un posto in platea per poter assistere, ancora una volta, alla ricostruzione/rappresentazione farsesca della propria fine: Digger than life...
Valerio Sammarco, Cinematografo

15 ottobre 2026
Un progetto dedicato agli over 60
Cinema, arte e natura... non hanno età. Cultura alle quattro e un quarto è il progetto ideato dal cinema del carbone per chi preferisce passare i pomeriggi fuori casa vedendosi un film di qualità, assistendo a una conferenza o partecipando a un evento o a una visita. La stagione 2026-27 prevede 22 appuntamenti. La parte da leone la farà come al solito l'offerta cinematografica, che comprenderà una selezione di 15 titoli di qualità tra quelli passati in sala nella stagione precedente: commedie e drammi, storie sentimentali e d’avventura, capaci di tenere incollato il pubblico davanti allo schermo fino alla fine.
Al cinema si affiancherà un calendario d'incontri e visite, dalle divulgazioni scientifiche e le gite di alkémica, alle visite alle mostre e ai musei degli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, fino alle conferenze alla Biblioteca Teresiana e all'Archivio Storico di Mantova. Un programma ricco e variegato, capace di proporre a una fascia della popolazione un insieme di opportunità per vivere la cultura a Mantova.
Le tessere sono riservate agli over 60 e possono essere acquistate a partire dal 19 ottobre presso l'ufficio del cinema del carbone (via Nievo 24) dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00, o direttamente in sala in occasione delle proiezioni. Al momento dell’iscrizione gli interessati dovranno indicare il giorno (giovedì o venerdì) e il posto presecelto per le proiezioni.

13 ottobre 2026
Serpenti di Roberto De Paolis
Per dire di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino scritto con i fratelli D’Innocenzo a partire da un loro soggetto, forse non è soltanto a Kafka che bisogna guardare. Il riferimento, per quanto pertinente e un po’ ovvio, è anche depistante, perché nel film c’è qualcosa d’altro e di diverso. C’è la commedia, c’è la satira sociale, c’è un luogo sospeso nel tempo che, però, coincide con l’Italia di oggi, di ieri e dell’altro ieri: quella evocata dalla citazione di Flaiano nei titoli di testa – «La situazione politica italiana è grave… ma non è seria» – capace di adattarsi a ogni stagione della nostra storia.
C’è poi una dinamica tra i personaggi che rimanda al teatro, a quei dialoghi sul filo del paradosso nei quali non accade nulla – e qui si potrebbero scomodare altri grandi del Novecento – così difficili da trasportare sullo schermo. E c’è il femminicidio, punto di partenza della vicenda e tema tristemente attuale che tuttavia rimane sempre sullo sfondo. Paolo Marra (Leonardo Lidi), infatti, nonostante ammetta di aver ucciso la moglie (atto osceno che, appunto, resta fuori scena), non trova alcun riscontro né al proprio gesto né alla confessione della propria colpa.
L’uomo è ingabbiato in una sorta di macchina celibe. Arrivato in commissariato, incontra prima l’ispettore di polizia (Alessandro Borghi), poi l’avvocato (Pietro Castellitto) e infine una donna che gli legge le carte (Valeria Golino). Tre dialoghi che non conducono da nessuna parte, perché il desiderio di dire la verità si scontra con l’ottusità surreale della burocrazia e con il cinismo di chi sa capovolgere i fatti o interpretarli in modo paradossale. Ne scaturiscono domande e considerazioni sempre spiazzanti, assurde, che prendono le mosse dalla realtà per poi scartarla e mostrarla sotto una luce sinistra e grottesca.
Serpenti è un film intelligente, pungente, inaspettato. Inaspettato per De Paolis, che si allontana dallo sguardo diretto e partecipe di Cuori puri e di Princess. Sposando l’inclinazione dei D’Innocenzo, il regista trova infatti una cifra più stilizzata e tecnicamente più esibita, efficace però nel rendere concreta questa strana e, per certi versi, indefinibile parabola dell’uno contro tutti o del colpevole che finisce per diventare vittima.
Inaspettato, infine, per il piacere di vedere gli attori al lavoro, ciascuno a suo modo e tutti con grande precisione e originalità, capaci di prendere la scrittura e trasformarla in azione e invenzione, gesto e reazione, dettaglio e caratterizzazione. Non capita spesso.
Mariapaola Pierini, Cineforum

06 ottobre 2026
Un film che scopre il senso del vivere e dello stare al mondo: Un po’ di luce, di Ali Asgari
Per gli iraniani, il Presente è uno spettro che non si può mai veramente trascendere, e con cui i cittadini devono necessariamente fare i conti sin dal momento in cui il primo raggio di luce della giornata filtra tra le mura casalinghe, illuminate dal chiarore (o l’oscurità?) dell’alba: mai stata così pregna di tensioni come nei mesi iniziali di quest’anno, trasfigurati in un incubo perenne che non smette di soffocare, chi è schiacciato dal suo richiamo, neanche nella pace della propria abitazione o nell’intimità di una catartica riunione familiare. Ne sa qualcosa Arash, un ex dottore a cui il governo ha appena revocato la licenza per aver prestato delle cure mediche ad alcuni dissidenti in fin di vita, a cui è seguita la chiusura coatta del suo ambulatorio. Agli occhi del protagonista di Un po’ di luce, non esiste ormai una vera ragione per continuare a (soprav)vivere in una terra che nega ai suoi stessi cittadini il diritto alla salute o qualsivoglia libertà espressiva, specialmente adesso che il conflitto con gli Stati Uniti (il film è probabilmente ambientato tra il marzo e l’aprile del 2026) ha raggiunto il suo punto di massima tensione. Una concatenazione di eventi dalla natura catastrofica che soffocano così l’uomo in una spirale di dolori inespressi e disillusioni, da cui non sembra intravedersi neanche un po’ di luce.
Il riferimento all’orrore del contemporaneo è sempre presente, ma questa volta Ali Asgari, diversamente da Divine Comedy o Terrestrial Verses, decide di relegare il contesto (culturale, sociale e politico) del proprio paese allo spazio del fuori campo, per osservare esclusivamente i riflessi che tali fantasmi generano nella quotidianità di un uomo che non è più in grado di guardare al di là della sua ombra. Ma prima di togliersi la vita, decide comunque di trascorrere la sua ultima giornata con i propri familiari, a cui comunicherà progressivamente le sue intenzioni suicidarie, fino al doloroso incontro con la madre: segno di un legame talmente atavico e identitario, da diventare il punto di arrivo – nonché cassa di risonanza assoluta – di una interpretazione terapeutica del dolore e della sofferenza, da cui il cineasta iraniano parte per tracciare un percorso di riconnessione del protagonista di A Bit of Light con la propria presenza. Che non può prescindere dall’esistenza di quei filamenti (in)visibili che la legano al prossimo, e in particolare agli affetti primari. [...]
Ed è qui che le connessioni invisibili tra le oppressioni della realtà esterna e i riflessi che tali fratture evocano sui volti di chi le subisce, si caricano di una valenza simbolica, che Asgari declina in Un po’ di luce in termini più deliberatamente esistenziali, e meno politici. C’è un dialogo tra Arash e la seconda delle due sorelle che rende esplicita questa connotazione traumatica che il contesto, seppur mai veramente mostrato, continua a conservare. Interrogato sul motivo per cui ha deciso di porre fine alla propria vita, l’uomo ribatte sostenendo che è impossibile mantenere una sanità mentale “in un paese in cui la mattina ti svegli, senza sapere se quel giorno arriverai poi a vedere il tramonto”. L’intensificazione del conflitto e le repressioni del regime gettano perciò delle ombre oscure sulle vite dei cittadini, accecandoli e offuscando loro la verità: cioè che l’esistenza umana non è scindibile dalla socialità. Per cui la validazione di una vita, e di contro la sua rinuncia prematura, è interpretabile solo se leghiamo il percorso di uomo alle tracce emotive che la sua presenza lascia negli altri. Quelle stesse coordinate che Asgari fotografa in un singolo abbraccio tra fratelli o in un pasto condiviso tra cari, e che il filmmaker iraniano traduce in micro-atti di rivelazione. Necessari per scovare, nel capolinea di una giornata particolare, anche solo un po’ di luce. Aspettando che il sole tramonti.
Daniele D'Orsi, SentieriSelvaggi

29 settembre 2026
Il museo in sala
E se il museo fosse un laboratorio di idee per cittadini e cittadine? Un museo può essere anche uno spazio in cui incontrarsi, fermarsi, conversare, condividere conoscenze ed esperienze, porre domande e immaginare.
Da questa possibilità prende forma il nuovo percorso di Museo Officina - una pratica continuativa promossa da Arteverso APS a Palazzo Te e curata da Melania Longo e Simone Rega - e il cinema del carbone intorno alla mostra Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio in programma a Palazzo Te dal 26 settembre 2026 al 10 gennaio 2027: un calendario di proiezioni e incontri che mette in relazione cinema e museo attraverso linguaggi e prospettive differenti.
Le attività al cinema del carbone consistono in tre proiezioni filmiche con presentazione e dibattito e un laboratorio tematico dedicato ai più giovani, tutti condotti in collaborazione dal cinema del carbone e dagli operatori di Museo Officina: un rapporto nato nel 2025 attorno all’opera filmica di Isaac Julien. Alla filmografia curata dal Cinema del Carbone, Museo Officina aveva affiancato una bibliografia e un'interpretazione dell’opera costruita dai partecipanti al gruppo.
Con Inventare la natura, gli eventi al cinema del carbone aprono altre prospettive sui temi della mostra. Col documentario Wunderkammer - Le Stanze della Meraviglia, studiosi, artisti e collezionisti ci svelano i segreti di "cabinet de curiosité" rarissimi; il misterioso automa meccanico di Hugo Cabret ci porta alla scoperta di un inaspettato mondo al confine tra arte e tecnica, svelato poi nella lezione laboratoriale per bambini I trucchi di Cabret. Infine, la straordinaria esperienza dei sensi di Voyage of time – Il cammino della vita ci guida nel nostro passato planetario, alla ricerca del luogo cui l'umanità è destinata in futuro.
Potete trovare tutte le informazioni su date e prezzi degli incontri a questo link sul sito: https://ilcinemadelcarbone.it/rassegne/il-museo-in-sala

25 settembre 2026
Sean Baker Collecton: dal 30 ottobre scopriamo i primi 4 film del regista di Anora
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Abbonamento 4 film: 20 euro - Biglietto singolo: intero 8 euro, ridotto soci cinema del carbone e under 26 6 euro.

21 settembre 2026
Santiago: un road movie sull'introspezione e l'autostima
Ci sono film che, una volta usciti dalla sala, ci fanno venire voglia di non rientrarci per una seconda visione, preferendo invece uscire all'aria aperta ed esplorare la campagna. Il nuovo film di Yann Samuell (La guerra dei Lulus, Il fantasma di Canterville) è uno di questi. Con gli splendidi paesaggi che hanno reso famoso il Cammino di Santiago, superbamente immortalati dalla macchina da presa del regista, il film è una vera festa per gli occhi e un invito al viaggio difficile da rifiutare. Dalla cattedrale di Le Puy-en-Velay a Capo Finisterre, passando per Conques e Cahors, i due protagonisti intraprendono un viaggio alla scoperta di sé stessi. Sebbene il pellegrinaggio abbia ovviamente origini religiose, i pellegrini di oggi si sono riappropriati del "cammino", trasformandolo in una prova di crescita personale e introspezione. Per Adam, riuscire in questo viaggio significa dimostrare a se stesso di essere capace e di essere migliore dell'immagine di adolescente problematico che ama proiettare. Nel frattempo, Fred cerca il perdono per i suoi errori come madre, moglie e insegnante di liceo. Sotto questo aspetto, i due protagonisti sono profondamente simili, nonostante le differenze superficiali. Il loro reciproco sostegno sarà la condizione essenziale per il successo del loro progetto, soprattutto per il giovane che non ha la maturità per intraprendere una vera introspezione da solo. È attraverso le interazioni con gli altri che Adam riuscirà a rivelare il meglio di sé.Benjamin Bidolet, Abus de Cine

08 settembre 2026
Spezie e bugie: una favola gradevole che offre spunti per riflettere sul tema dell'emigrazione
Spezie e bugie - La cucina di Mehdi cavalca il filone spesso esplorato dal cinema internazionale del contrasto fra immigrati che vogliono rimanere ancorati alle loro tradizioni e i loro figli che cercano invece di inserirsi nella società che li ospita.
L'esordio alla regia dell'attore e commediografo francese di origine magrebina Amine Adjina (che qui si ritaglia il cammeo di un medico incapace di farsi i fatti suoi) introduce un elemento di novità, che è l'ostinazione passiva di Mehdi, intento a condurre due vite parallele e a non farle convergere mai, che rappresenta in realtà una scissione interna molto profonda.
Questa scissione impedisce al ragazzo di sviluppare un'identità terza, cioè quella propria, perché in ognuno dei suoi due mondi obbedisce a regole altrui, tra l'altro impartite dalle numerose donne della sua vita di cui si sente personalmente responsabile. Oltre a Fatima e Léa, Mehdi subisce infatti l'influenza di Souhila, che con lui si comporta come una seconda madre, e di tre sorelle che deludono senza troppi problemi le aspettative di Fatima: una rimane incinta dopo una relazione occasionale, un'altra sta per divorziare e la terza non ha fatto circoncidere il figlio, come da tradizione famigliare e religiosa.
Sullo sfondo dell'intera vicenda, pronta a emergere in primo piano grazie ai close up dei visi goduriosi di chi assaggia le prelibatezze di Mehdi, è la cucina, che il ragazzo ha adeguato alle aspettative dell'alta borghesia francese, creando un bistrot francese in piena regola, sacrificando però completamente le proprie radici etniche. Mehdi cucina una magnifica bisque di astice, con la quale solletica il nostro appetito di spettatori fin dalla sequenza iniziale, ma non sa preparare il cous cous che, come gli ricorda Souhila, è alla base della cultura magrebina. La sua è una cucina senza memoria, e questo è il suo tallone d'Achille. [...]
Il ritratto di Fatima come lamentosa e ricattatoria, grazie anche all'interpretazione dell'ottima Malika Zerrouki, funziona meglio di quello di Mehdi come imbelle e terminalmente passivo, ma è l'interpretazione della grande attrice palestinese Hiam Abbass a rubare la scena nei panni di Souhila, così come è una gioia vederla divertirsi a fare la danza del ventre e a comportarsi da svitata, lei di solito così grave e composta. Ma la sceneggiatura zoppica spesso, ad esempio sottoscrivendo il ruolo del proprietario francese del ristorante che sembra avere un debole per la vulcanica Souhila, o delle sorelle che appaiono e scompaiono come meri espedienti narrativi.
Spezie e bugie è una favola gradevole che offre spunti interessanti sul tema dell'emigrazione e dell'inserimento sociale di tradizioni cultuali diverse.
Paola Casella, Mymovies

08 settembre 2026
Palestina 36: la genesi di una resistenza
Dalla sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma arriva in sala un film necessario: Palestine 36, della brillante regista palestinese Annemarie Jacir.
Necessario soprattutto a noi occidentali. Perché il 1936 è un anno cruciale nella storia della Palestina e delle sorti di quel pezzo di Medio Oriente. Per comprendere la realtà atroce che vive un Popolo ancora oggi preda della più feroce e spietata delle ingiustizie.
1936: il dominio coloniale britannico 30ennale regna sovrano sulla Palestina, la sua pressione si fa sentire soprattutto nei villaggi lontani da Gerusalemme. Intanto arrivano via mare sempre più immigrati ebrei in fuga dall’antisemitismo… Il popolo Palestinese vivrà la propria condanna a morte nella sua identità e la prima, vera, consapevolezza di una resistenza di lotta necessaria ed inevitabile per salvare la propria terra, per salvare se stessi.
Il poeta di Gaza Ne’ma Hasan ha detto: “Quando le strade sono bloccate, disegna una nuova mappa”. Questo è diventato il nostro stile di vita, un’abitudine che abbiamo imparato dai nostri genitori e nonni. Si riflette in tutto ciò che facciamo: andare al lavoro, andare a un appuntamento dal medico, visitare la famiglia, girare un film…
Annemarie Jacir con Palestine 36 realizza un sogno che coltivava da tempo: raccontare la storia della rivolta del 1936-39 nella prospettiva dei diversi punti di vista che attraversano il racconto. La rivolta palestinese del 1936 è un dato storico cruciale. La regista sceglie un registro intimo, crudo e personale.
Maturato dopo una estesa documentazione e studio tra libri, resoconti, foto e gli stessi filmati fatti rivivere nel colore ed amalgamati alla rappresentazione. Il film ci mostra la gravissima responsabilità della Gran Bretagna nel segnare per sempre il destino del popolo Palestinese, riconoscendo come Stato un’occupazione ebraica già ben delineata nel suo fine: filo spinato, torrette di osservazione per fermare qualunque intruso, terre palestinesi attigue bruciate ed assorbite agli insediamenti senza alcun diritto.
La corruzione tra la stessa classe dirigente palestinese, accecata dall’illusione di progresso che l’impero coloniale fomentava. La stessa sottovalutazione dell’ospite ebraico e delle sue reali mire.
Al centro di Palestine 36, il popolo dei villaggi, i primi esposti direttamente ad un sopruso innanzitutto coloniale. Poi di “gente che nessuno vuole”, come viene spiegato ad una bambina l’arrivo degli Ebrei dall’Europa. I Palestinesi vengono sempre più privati della propria spensieratezza, felicità, libertà di movimento, scippati senza alcuna giustificazione di una terra da sempre, naturalmente, propria, per nascita, crescita, per vita vissuta da generazioni e generazioni.
La realizzazione di Palestine 36 è stata anche fortemente sofferta dopo il 7 ottobre 2023. La produzione e la troupe si sono dovute trasferire in Giordania. Dopo tredici mesi sono state in grado di tornare a completare le riprese in Palestina contro ogni previsione. Nel novembre del 2024, dopo aver dovuto interrompere e riavviare la produzione quattro volte a causa della situazione geopolitica sempre più tesa, le riprese di questo film necessario sono state terminate.
Maria Cera, Taxidrivers

01 settembre 2026
Il carbone al Piccolo di Milano
Per la stagione 2026-2027 del Piccolo Teatro di Milano il cinema del carbone propone quattro spettacoli, a cui si aggiungeranno due titoli fuori abbonamento in via di definizione.
18 ottobre 2026: Coro degli amanti – regia di Tiago Rodrigues
31 gennaio 2027: Orestea – regia di Carmelo Rifici
11 aprile 2027: In cerca dei sei personaggi – regia di Emma Dante
16 maggio 2027: Il signor Puntila e il suo servo Matti -regia di Claudio Longhi
L’abbonamento ai quattro spettacoli ha i seguenti costi:
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Intero: 200 euro + 10 euro per la tessera 2027 socio Cinema del Carbone
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Ridotto Over 65 e Under 26: 185 euro + 10 euro per la tessera 2027 socio Cinema del Carbone
L’acquisto dell’abbonamento, invece, potrà essere fatto recandosi presso l’ufficio del cinema del carbone in via Nievo 24 a Mantova, a partire da lunedì 24 agosto, dal lunedì al venerdì in orario d’ufficio (dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18).
La prelazione per l’abbonamento è riservata agli abbonati della stagione precedente.
Per motivi organizzativi, la sottoscrizione va fatta entro il 20 settembre 2026. E’ possibile anche iscriversi mandando una mail a azzurra@ilcinemadelcarbone.it e pagando con bonifico dopo aver compilato e rispedito il modulo di iscrizione.
Si fa presente che i soci che volessero partecipare solo a singoli spettacoli possono mettersi in lista di attesa circa una settimana prima dell’uscita, nel caso si rendessero disponibili eventuali biglietti per rinunce all’ultimo minuto, contattando direttamente Il cinema del Carbone.
Per informazioni:
Azzurra: azzurra@ilcinemadelcarbone.it
info@ilcinemadelcarbone.it Tel 0376369860



